Quel palazzo di vetro da simbolo di potere al crollo finanziario

L’arrivo dell’Hypo Bank fu salutato come “il colpo del secolo” Gli scandali lo hanno trasformato nell’incubo licenziamenti
Tavagnacco 26 Giugno 2013. Sede Hypo Bank. Copyright Petrussi Foto Press / Diego Petrussi
Tavagnacco 26 Giugno 2013. Sede Hypo Bank. Copyright Petrussi Foto Press / Diego Petrussi

TAVAGNACCO. Fu salutato come “Il colpo del secolo”. Lo “scalpo” a Udine. Gli austriaci avevano scelto Tavagnacco e non il capoluogo friulano come sede dell’Hypo Bank. Un progetto faraonico da 36 milioni di euro. Quel palazzo di vetro inclinato di 14 gradi opera dell’architetto americano era il simbolo della prosperità. Lì davanti ai palazzoni anni ’80, in un vasto terreno agricolo, i carinziani avevano posto le tele della loro forza finanziaria. Numeri da paura: oltre 110 mila metri quadrati,un vero e proprio quartiere con 160 lavoratori impiegati all’interno dell’istituto che aveva inoltre realizzato una piscina a due vasche donati al comune di Tavagnacco.

E ancora sette piani di altezza comprendenti l’edificio direzionale (10.800 metri quadri), un archivio (1.790 metri quadri), un centro congressi con una sala principale da 364 posti e tre sale secondarie da 20 posti ciascuna (1.155 metri quadri), un parcheggio interrato da 90 posti auto e uno esterno da 270, un asilo nido per 25 bambini ed uno sportello bancario. Realizzata a tempi record in soli due anni e mezzo costò la bellezza di 36 milioni di euro. In poche parole: innovazione e trasparenza. Ma di trasparenza ne rimase ben poca. La banca fu subito travolta dagli scandali che portarono anche alti dirigenti in carcere. Seguì la crisi, operazioni sbagliate e ora la scelta dei licenziamenti di massa.

Oggi quel “palazzo di vetro” rischia di trasformarsi da metafora di potere a simbolo del crollo finanziario. Entro marzo la banca manderà a casa 110 lavoratori. Rimarranno all’interno della struttura soltanto una trentina di impiegati per sbrigare le ultime pratiche prima della chiusura della sede entro fine 2017. Un triste epilogo insomma per una storia che sembrava proiettare Tavagnacco verso nuove sfide nel terzo millennio. La situazione, come viene tratteggiata da Pietro Santoro della Cisl, sembra ormai incanalata verso un binario cieco. «Abbiamo chiesto l’intervento del governo tramite Bankitalia. Le possibilità per vendere la banca fino a un anno fa c’erano. C’era un acquirente, ma lo spezzettamento del fondo ha comportato ostacoli insormontabili. Così il 9 settembre abbiamo avuto notizia dei licenziamenti collettivi. Verranno chiuse tutte le filiali e 28 persone dell’area dirigenziale verranno mandate a casa».

«C’è poi il problema dell’immobile che era già stato posto in vendita – continua Santoro – e che è di difficile riqualificazione –. Ahimè siamo arrivati alla frutta. Da cinque anni ci prodighiamo per il salvataggio dell’istituto di credito, ma prima gli scandali finanziari, poi i primi licenziamenti e ora lo scorporo hanno portato la situazione alla deriva. Purtroppo abbiamo a che fare con lavoratori giovani, la cui età media si aggira sui 40 anni, anche coppie che si sono trasferite da altre parti d’Italia inseguendo un sogno. Gente che ha siglato anche un mutuo e a breve si ritroveranno a casa. E vista la crisi del sistema finanziario friulano non sarà facile reimpiegarle».

Una vicenda che ha tutti i contorni dell’emergenza sociale. Il sindaco Maiarelli allarga le braccia sconsolato. Il Comune ha cercato di fare la propria parte. Da sempre è stata a fianco dei lavoratori, ha coinvolto in questa battaglia finita al Ministero dello sviluppo economico anche la Regione e in primis la presidente Serracchiani.

«Avevamo l’opportunità di vendere tutta in blocco la banca, invece hanno deciso di fare l’operazione spezzatino che ha complicato tutto. Ora questa situazione diventa un “buco sociale”, un “peso” per tutta la comunità».

«C’è poi un problema – conclude il sindaco – legato all’immobile che non vorremmo ovviamente rimasse vuoto». Un’idea potrebbe essere quella di allargare le maglie della destinazione d’uso per incentivare gli insediamenti, eliminando i paletti che limitano le attività ai soli uffici e favorendo nuovi investimenti produttivi. E comunque vada, dovrà essere un nuovo inizio. (da.vi.)

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