Quel giallo all’Amman il 22 aprile di 111 anni fa

Un intrigo politico-sindacale, un ingegnere morto, le condanne

L’omicidio Toffoletti fu un tragico episodio che turbò profondamente la vita della Pordenone del 1907 sia perché i pordenonesi a violenze di questo tipo non c’erano abituati, sia anche perché il giovane ingegnere, dipendente soltanto da un anno dal cotonificio Amman, pare non avesse nulla a che vedere con le accuse che, in una pubblica assemblea della Lega muratori, gli erano state rivolte e, per giunta, da un personaggio poco credibile. Il fatto è che proprio questo personaggio che si chiamava Antonio Forniz e aveva 34 anni, era un consigliere della Lega e questo contribuì a dar credito alle sue affermazioni.

La falsa accusa sullo sciopero

Forniz, giunto in ritardo a un’assemblea, se ne uscì con la notizia che l’ingegner Antonio Toffoletti, il responsabile della parte tecnica dello stabilimento, aveva consigliato la proprietà a resistere allo sciopero indetto dai muratori, perché tanto, prima o poi, avrebbero ceduto per fame. La notizia, per la verità non vera, raccolta da Forniz chissà dove e da chi, aveva subito scaldato gli animi degli scioperanti che avevano chiesto a gran voce che qualcuno pensasse a togliere di mezzo Toffoletti, non minacciandolo ma ammazzandolo. Questa scriteriata richiesta era sostenuta non soltanto dal prolungarsi dello sciopero (che aveva ottenuto solidarietà temporanea da parte di muratori dipendenti da altre imprese edili, ma anche dagli stessi operai tessili), ma anche dal fatto che la direzione del Cotonificio aveva reclutato muratori disoccupati nel Veneto Orientale e costoro, subito battezzati dagli scioperanti con l’epiteto di crumiri, avevano cominciato a lavorare. Sembrava che proprio Toffoletti si fosse speso per questo reclutamento, secondo alcuni suggerendolo, secondo altri andando egli stesso ad assumere gli operai, seppure su ordine della direzione.

Ma tanta acredine nei confronti dell’ingegnere sembra non trovare riscontro nei fatti. Intanto perché Toffoletti, udinese, trentaquattrenne, si era sposato da poco più di un anno con Anna Conti e attendeva un figlio a giorni e non aveva quindi voglia di ergersi a paladino della proprietà, tanto più che si occupava soltanto della parte tecnica dell’azienda e non di quella del personale. In secondo luogo, proprio perché si riteneva estraneo ad ogni bega, continuava a recarsi al lavoro a piedi, sia al mattino, sia subito dopo il pranzo, che era solito consumare a casa. Non temeva quindi violenze da parte degli scioperanti sebbene non ignorasse le tensioni che agitavano in quell’aprile 1907 la città.

L’assemblea della Lega muratori

l suo destino invece fu deciso proprio durante un’assemblea della Lega muratori a Torre. Gli animi si erano riscaldati e la notizia, falsa, di Toffoletti come anima nera del Cotonificio fece subito presa, tanto che il presidente Luigi Bascotto e uno dei dirigenti, Ruggero Santin, abbandonarono i lavori dichiarando chiuso l’incontro, quando si accorsero che in sala la maggioranza degli scioperanti voleva usare la violenza per ottenere qualche risultato. Altri del direttivo, però, dettero ascolto a queste richieste ed uno di questi, Cesare Santin, 31 anni, chiese proprio ad Antonio Forniz se fosse disposto ad uccidere Toffoletti dicendogli che sarebbe stato pagato bene e che la Lega avrebbe provveduto ad assistere la famiglia.

Difatti, Forniz, era sposato e aveva tre bambini ancora piccoli. Ma, in quella occasione, Forniz rispose che non ne voleva sapere e che se qualcuno voleva uccidere Toffoletti che intascasse lui il denaro e che andasse lui a farlo.

Cinquanta lire per il delitto

Nel pomeriggio dello stesso giorno (il 16 o il 17 aprile 1907: nell’atto di accusa il Procuratore generale del Re, cavalier Randi, non riesce a stabilirlo) sempre Cesare Santin in compagnia di Giovanni Maria Missana, 51 anni e di Luigi Pitton, 25 anni, rispettivamente cassiere e segretario della Lega, incontrò di nuovo Forniz al mercato di Pordenone e gli mostrò una banconota da 50 lire (per la verità poca cosa, visto che corrispondono a poco meno di 200 euro di oggi)

«Questa è tua – gli disse Santin – se ammazzi Toffoletti!». Forniz però rispose di nuovo che i soldi se li tenessero loro e che andassero loro a uccidere l’ingegnere. Qualche giorno dopo, il 20 aprile, si tenne un’importante riunione in municipio a Pordenone, presenti il sindaco Luigi Galeazzi, setti capimastri e alcuni rappresentanti dei muratori. Fu siglata una bozza di accordo da consegnare al commissario distrettuale dottor Ettore Negri che, a sua volta il giorno successivo, ne avrebbe spiegato i contenuti alle altre aziende, Cotonificio compreso, così che si potesse sottoscrivere un accordo e far cessare lo sciopero. La notizia si diffuse rapidamente tra gli operai che vedevano finalmente la possibilità di tornare al lavoro e il mattino dopo accorsero nella sala riunioni della Lega pretendendo di conoscere subito l’esito della mediazione. Bascotto però non ne sapeva ancora nulla e cercò di rimandare una risposta al pomeriggio. Questo scatenò un putiferio con urla e minacce ancora di violenze, tanto che Bascotto pensò bene di andarsene affermando che si sarebbe dimesso dalla carica. Visto che non c’era nulla di nuovo da ascoltare anche i muratori se ne andarono alla spicciolata e nella sala rimasero soltanto alcuni componenti del direttivo che avevano in testa solo l’idea di farla pagare a Toffoletti, pur senza essere sicuri che fosse lui la causa di tutto.

L’offerta sale ed è accettata

Fu mentre stavano parlottando tra loro che arrivò Antonio Meneghel, 30 anni, un altro consigliere della Lega che però, prima, non era presente all’assemblea. Missana gli si fece incontro e subito gli disse: «Hai coraggio di uccidere l’ingegner Toffoletti? Per te è pronta la somma di 280 lire» (poco più di mille euro di oggi, ndr). Anche gli altri cercarono di convincerlo e Meneghel alla fine accettò. Subito gli ordinarono di andare a cercare Forniz, sicuri che in due si sarebbero fatti coraggio l’un l’altro. Forniz, rintracciato da Meneghel, si lasciò a sua volta convincere. Pitton gli diede una rivoltella calibro 7 e alcune lire per provvedersi di proiettili e gli insegnò come usarla «perché aveva un segreto nella molla».

Santin dette a Meneghel una sua pistola, dopo aver mandato a prenderla Manlio Civran, 27 anni, che entra in questa storia quasi per caso e che pagherà duramente per questo. Santin consegnò a Meneghel e Forniz anche 5 lire a testa, per le spese minute. Con in tasca denaro e pistole, Meneghel e Forniz restarono soli e cominciarono a pensare a come e dove «far fuori» Toffoletti. Difficile esercizio cerebrale per due così. Alla fine decisero di andare a casa di Forniz a mangiare qualcosa e, subito dopo, si affrettarono a raggiungere la “via Provinciale” (prosecuzione di via Umberto I – oggi Martelli – verso Borgomeduna) e si appostarono nelle vicinanze del ponte sul Noncello.

La paura e l’occasione persa

Videro arrivare Toffoletti che, ignaro di tutto, passò proprio davanti a loro, diretto al Cotonificio. Forniz e Meneghel non ebbero il coraggio di sparargli. Adesso, persa l’occasione, dovevano riempire il pomeriggio perché fino a sera Toffoiletti non sarebbe riapparso e non erano neppure sicuri che lo facesse. Poteva trattenersi, andare altrove con qualche suo collega. Insomma bisognava sperare che la fortuna fosse stata dalla loro parte e, per aiutarla, si infilarono prima nell’osteria Busetto e quindi in quella di Teresa Zanuto.

Quest’ultimo locale si trovava più o meno dove oggi c’è il condominio Amman con il bar omonimo e, sul retro, aveva anche il campo di bocce. Era quindi molto frequentata. La Zanuto era la moglie di Giuseppe De Carli, detto Ortis che lavorava per il Comune e che sarà protagonista, nel novembre del 1918 di un epico gesto: chiuse col catenaccio la porta del municipio e la barricò dall’interno, resistendo alcune ore ai soldati austriaci che, prima di ritirarsi, volevano far man bassa dei quadri contenuti nel palazzo del Comune e anche di quant’altro avrebbero potuto portar via. Ortis, quel 22 aprile 1907, arrivò nell’osteria della moglie nel tardo pomeriggio, a lavoro finito, e vide i due seduti ad un tavolo. La moglie lo informò che si erano bevuti 5 litri di vino, a mezzo litro per volta e che si erano impegnati a contare e ricontare un bel po’di banconote, che si dividevano per poi riammucchiarle e tornare a contarle. Ortis, incuriosito, andò al loro tavolo e chiese: «Andè a una festa che ve vedo tutti in gringoli?» («Andate a una festa che vi vedo tutti eleganti?». Difatti avevano entrambi indossato l’abito della domenica). Risposero con un’alzata di spalle. Meneghel, in particolare, sembrava come assente. Ortis ricordava che in febbraio aveva perso la moglie e in quella occasione si era preso una sbornia colossale, tanto che ancora a Pordenone se ne parlava.

Prima l’osteria, poi l’omicidio

I due rimasero nell’osteria fino alle 19. Poi, come presi da una fretta improvvisa, uscirono e si incamminarono verso il ponte sul Noncello. Si era sull’imbrunire ma non era ancora buio. Mezz’ora più tardi sulla strada Provinciale comparve Toffoletti, che stava camminando verso casa. Lo accompagnava Edoardo Marconi, 30 anni, portinaio del Cotonificio. Quando i due avevano già superato il ponte scattò l’imboscata. Secondo le testimonianze pare che Forniz lo abbia affrontato impugnando la rivoltella e gli abbia gridato: «Tu sei la causa di tutti i nostri mali e questa è la paga!». E subito sparò. Mentre Marconi si buttava dietro al tronco di un platano, anche Meneghel sparò colpendo Toffoletti che, già raggiunto da un colpo, stava cadendo. I due assassini scapparono subito per il vicolo delle Revedole diretti a Torre dove pensavano di trovare protezione. Il Farlatti, lo stesso Marconi, ferito di striscio a una mano e altre persone che erano accorse dall’osteria di Ortis o che si trovarono a passare, prestarono soccorso a Toffoletti che fu subito trasportato nel vicino ospedale (allora annesso alla chiesa del Cristo) dove, proprio da un paio d’anni era stata inagurata una sala chirurgica. Toffoletti colpito due volte all’inguine, fu subito operato ma una delle due pallottole non fu trovata e questo aggravò le condizioni del ferito che già erano preoccupanti. La direzione del Cotonificio, subito mobilitata, fece arrivare un chirurgo di fama, il dottor Penso, per un consulto. Toffoletti fu operato di nuovo alla ricerca del proiettile ma invano. Poco dopo essere stato riportato in corsia cessò di vivere.

La confessione in due tappe

Intanto Meneghel e Forniz non trovarono a Torre la solidarietà che si aspettavano e verso le nove della stessa sera si presentarono al cancello del carcere volendo costituirsi. Ma siccome altri uomini li accompagnavano l’agente di custodia non si fidò ad aprire il cancello e disse loro di andare dai carabinieri. Cosa che fecero. Forniz piangeva, Meneghel appariva del tutto indifferente.

In Friuli non si parlò d’altro per molti giorni e a “correre” per avere l’incarico della difesa seppure d’ufficio, furono niente meno che l’avvocato Giovanni Battista Billia presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati di Udine, che patrocinò Forniz e l’avvocato Gino di Caporiacco che assunse la difesa di Meneghel. Il 4 giugno 1907 i carabinieri trasferirono in treno a Udine i due autori dell’agguato e i complici ed il 13 novembre cominciò il processo in Corte di assise. Nella prima udienza, rinviata al 18, i difensori sostennero che Forniz e Meneghel quando spararono erano completamente ubriachi facendo così sapere alla Corte che avrebbero chiesto una perizia per attestare che erano anche incapaci di intendere e volere. I testimoni però smentirono lo stato di ubriachezza ed il 22 novembre fu emessa la sentenza.

La sentenza

A Meneghel fu comminato l’ergastolo (il secondo, a Udine, dopo che nel 1890 era stata abolita la pena di morte), Forniz fu invece condannato a 30 anni di reclusione e a 10 di sorveglianza speciale. Per entrambi multa da 72 lire. Condanne in verità che erano attese per i due principali imputati. Ma forse nessuno si aspettava quelle che colpirono i complici.

A Cesare Santin furono comminati 25 anni di reclusione e 3 di sorveglianza speciale; a Giovanni Missana e a Manlio Civran, 8 anni, 9 mesi e 16 giorni ciascuno più 3 anni di sorveglianza speciale. Fantuzzi fu invece assolto.

Toffoletti poteva riposare in pace. Il cavalier Finetti direttore generale del gruppo Amman, venuto a Udine da Milano, apposta per il processo, dette incarico al pittore Cigolotti, di San Quirino, di realizzare un ritratto ad olio di Toffoletti come riconoscimento postumo del suo impegno e del suo sacrificio.

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