Quel 13 al Totocalcio negato solo dal Papa: sei amici, il Friuli e una vincita da ricordare
La storia di Graziano Romano e del sistema che portò a centrare il 12 nell’ottobre 1979. L’ultima partita non fu mai disputata a causa della visita di Giovanni Paolo II a Napoli

Pubblichiamo la lettera inviata al Messaggero Veneto da Graziano Romano, di Udine
Gentile direttore,
lo sport è sempre stata la mia passione, il calcio in particolare, la statistica ed i numeri in generale pure.
Alla fine degli anni ’’70 il mio amico Gastone, grande appassionato di totocalcio come me, ebbe l’intuizione (lampo di genio da navigato agente di commercio) di riunire alcuni amici e formare una squadra per giocare settimanalmente la schedina del totocalcio a sistema ridotto. Non fu difficile convincere Claudio, Roberto, Emilio e Dina ad entrare nel gruppo, infatti si sono messi subito con entusiasmo a disposizione, le quote da pagare essendo in sei erano abbordabili così da poter sviluppare un sistema adeguato per le nostre aspettative di vincita.
Il sistema ridotto per il totocalcio è un metodo per giocare molte combinazioni spendendo meno soldi. All’epoca, quello che avevamo scelto noi, prevedeva una tripla e tre doppie, si procedeva in questa maniera, si decidevano, tutti assieme, le nove fisse, cioè le partite dove il risultato era certo, e qui ovviamente discussioni fiume, poi stabilito quelle si procedeva con il posizionamento della tripla sulla partita che ritenevamo più equilibrata, e le tre doppie, cioè due risultati possibili su tre.
Una volta sviluppato il sistema, si procedeva con la copiatura, a mano, delle colonne su delle schedine apposite autocopianti a due copie una per la ricevitoria ed una rimaneva a noi per il controllo.
La discussione e la copiatura, ci costavano dispendio di energie, per cui un paio di bicchiere di vino, qualche fetta di salame o una pastasciutta erano obbligatorie per rifocillarsi e riprendere le forze (mi è sempre sorto il dubbio che la schedina fosse solo un scusa ….) . Di solito ci si trovava da me, qualche volta in taverna da Emilio o al bar, il venerdì sera e il tutto durava un paio d’ore, tra quattro risate ed il resto, d’altronde la compagnia si prestava, e molto bene a ciò.
Così tra una battuta e l’altra e un tajut, siamo riusciti a vincere qualcosina un paio di volte, giusto per rientrare un po’ con le spese, fino a quel fatidico 21 ottobre 1979 quando un bel dodici (il tredici in quel concorso non venne pagato, perché la partita Napoli – Perugia fu disputata il sabato per la concomitanza della visita di Papa Giovanni Paolo II alla città di Napoli), con questa colonna vincente 1XX1X2X122XX ci portammo a casa, tra lo stupore e un’esplosione di gioia, una somma, per noi, giovani operai, padri o madri di famiglia, importante.
La commozione era talmente tanta, che non ci uscivano più le parole di bocca, cosa inusitata per noi, solo grandi abbracci e qualche sana lacrimuccia. Gastone non stava più nella pelle, per lui, che più di tutti ci aveva creduto, era anche una scommessa vinta, le sigarette si accendevano e si spegnevano quasi subito con gesti meccanici ed involontari, poi l’attesa per sapere, tramite novantesimo minuto, l’entità della vincita, e poco ci importava, per una volta dei servizi sulle varie partite, ottenuta quella notizia, via ai brindisi, parecchi, ma in forma strettamente privata per ovvi motivi, ovviamente quella notte nessuno di noi riuscì a chiudere occhio.
Il giorno dopo ci fu subito un problema: come fare per riscuotere il malloppo? Si perché allora le medie e grosse vincite del totocalcio, gestito direttamente dal Coni, venivano riscosse presso la sede della Sisal, concessionaria del concorso, che per il triveneto era a Padova in via Cavallotti n. 29, era necessario recarsi di persona in quell’ufficio dove, avvenivano le verifiche di autenticità delle schedine e la consegna della vincita.
Il nostro fu un po’ un viaggio della speranza. Sì, perché avevamo paura di incappare in qualche intoppo, con la burocrazia non si sa mai, carta identità scaduta per esempio.
Arrivati a destinazione con l’aiuto di una cartina stradale, e di qualche passante (il posto non era poi distante da Prato della Valle), entrammo in quello che sembrava più un ufficio di una subagenzia di assicurazione che la sede di un organo settoriale così importante (almeno per noi) e, rivolgendoci al primo impiegato che incontrammo, avanzammo la nostra richiesta il quale, dopo gli opportuni accertamenti, ci consegnò l’assegno circolare che Gastone si infilò repentinamente nella tasca interna della giacca, salutò ed usci soddisfatto dall’ufficio scortato da noi “guardie del corpo”.
Il rientro fu molto tranquillo, trattenemmo il nostro entusiasmo per non disturbare l’autista ed arrivare il prima possibile a Villaorba sani e salvi dove ci spettavano impazienti gli altri “soci” per festeggiare, in privato, l’eccezionale, e lungamente attesa, vincita.
Il venerdì sera successivo, ci riunimmo per dividere equamente il denaro e fantasticare su come utilizzarlo, ma sapevamo perfettamente che serviva solamente per sbancare il lunario ancora per un po con qualche problema in meno, e ci rimettemmo a fare quello che era lo scopo principale, giocare la schedina in compagnia, allegramente, quella sera un po’di più, e gustare la pastasciutta, preparata per l’occasione da Dina, accompagnata da un buon bicchiere di vino (anche più di uno).
Negli anni a venire ci fu ancora qualche vincita, più che altro rimborso spese, finché dopo qualche anno il gruppo si sciolse per motivi vari, ma il ricordo degli amici della schedina mi è rimasto indelebile, mi ricordo di come eravamo, e con quanta passione ci ritrovavamo con la scusa della schedina, per trascorrere qualche ora spensierata nel fine settimana, a parlare di tutto e di niente, ma sempre col sorriso sulle labbra.
Graziano Romano,
Udine
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