Provincia di Udine svuotata: assessori senza “lavoro”

Palazzo Belgrado resterà in vita sino al 2018 nonostante le poche competenze Il destino di Pordenone, Gorizia e Trieste legato ai tempi del nuovo Statuto
Reana 17 Maggio 2012 lega nord Telefoto Copyright Petrussi Foto Press Turco
Reana 17 Maggio 2012 lega nord Telefoto Copyright Petrussi Foto Press Turco

UDINE. Il destino di palazzo Belgrado è quello di trasformarsi in una cattedrale nel deserto. La sede simbolo di una delle più antiche Province d’Italia cambierà metaforicamente, a breve, pelle per diventare una sorta di scatola vuota in cui il presidente Pietro Fontanini e la sua giunta saranno chiamati a governare, per i prossimi due anni, un ente con in mano, di fatto, una serie di competenze ridicola.

È il paradosso, tutto friulano, della decisione di mandare al voto la Provincia di Udine nel lontano – per i tempi della politica – 2013 e che adesso è costretto a fare i conti con una geografia della Regione che sta mutando e con una politica che ha scelto l’abolizione degli enti intermedi per puntare sulla costituzione delle nuove Uti.

La mannaia, d’altronde, si è già abbattuta sulla Provincia di Pordenone nel 2014, trasformata in ente di secondo grado, e quest’anno si rivolgerà contro Gorizia e Trieste, il cui mandato scade proprio nel 2016, ma non su Udine che continuerà a esistere – come ente politico – sino alla sua “morte legislativa” naturale, fra due anni. Lo prevede, d’altronde, anche il nuovo Statuto d’Autonomia che dovrebbe essere approvato in via definitiva entro qualche mese da Senato e Camera.

L’articolo 12, infatti, stabilisce la soppressione delle Province esistenti a decorrere dalla data stabilita con legge regionale (per cui si sarà bisogno di un ulteriore atto normativo ndr) e, comunque, non prima della scadenza naturale del mandato dei rispettivi organi elettivi già in carica. Lo stesso articolo, inoltre, stabilisce che con la medesima legge regionale sarà disciplinato il trasferimento delle funzioni delle Province ai Comuni o alla Regione, nonché le risorse umane (leggasi personale), finanziarie e strumentali per l’esercizio delle funzioni.

In realtà, però, la giunta Serracchiani ha già cominciato da tempo il progressivo svuotamento di competenze e dipendenti – da ultimo caccia e pesca, vigilanza ambientale e forestale, ittica e venatoria – per centralizzarne il controllo o affidarlo alle Unioni dei Comuni dimostrando come, vada come vada, indietro non si torna, specialmente dopo il definitivo via libera della Camera alla modifica della Costituzione che cancella l’esistenza stessa delle Province anche a livello nazionale.

E se sul destino di Gorizia, Trieste e Pordenone pendono un paio di variabili – la data di approvazione definitiva dello Statuto e la decisione della Regione se chiuderle tout court, organizzare elezioni di secondo grado o inviare dei commissari –, Udine, formalmente, potrà continuare a esistere sino alla scadenza naturale del suo mandato previsto nella primavera del 2018.

Lo garantisce la Carta costituzionale in relazione alle cariche elettive e lo vuole – per scelta politica – anche Fontanini nonostante da giugno sia destinato a restare l’unico presidente di Provincia in tutta Italia a essere stato votato direttamente dai cittadini considerato come le ultime sei in giro per il Paese che si trovano nella stessa condizione di Udine alzeranno bandiera bianca fra un paio di mesi diventando enti di secondo grado.

Presto la Provincia friulana dovrà dire addio anche a viabilità ed edilizia scolastica e sono in molti a chiedersi che senso abbia non gettare la spugna, per questione di principio e di convinzione, di fronte a un mondo che ha deciso di voltare pagina.

Fontanini, anche per legittime ambizioni politiche personali, ha tutto il diritto a rimanere in carica sino al 2018, ma considerato che era stato lui stesso, qualche mese fa, ad ammettere come dall’estate «gli assessori potrebbero essere costretti a guardare il soffitto» per mancanza di competenze, la resistenza a tutti i costi rischia – seriamente – di trasformarsi in un boomerang. Perché non sarà comunque facile spiegare ai cittadini come mai presidente, assessori e consiglieri continuino a sedere e riunirsi a palazzo Belgrado.

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