Il grande ritorno delle Province: la politica che fa marcia indietro

La reintroduzione degli Enti intermedi in regione il dibattito sull'efficacia delle riforme istituzionali. Dopo l'abolizione del 2016 e la nascita degli Enti di decentramento regionale, la Regione torna al modello precedente, sollevando interrogativi sui costi sostenuti, sulla continuità amministrativa e sulla credibilità della politica. Una scelta destinata a far discutere

Nicolò Bortolotti

C'è qualcosa di profondamente ”strano” (a tratti bizzarro) nel ritorno delle Province in Friuli Venezia Giulia. Non tanto perché l’ente Provincia sia, in sé, un'istituzione vetusta e sorpassata (anche perché in molti Paesi europei esistono enti intermedi efficienti e ben funzionanti).

Il problema è un altro: dopo averle abolite nel 2016, dopo aver speso anni, risorse pubbliche ed energie amministrative per costruire un sistema alternativo, dopo aver sbandierato l'abolizione delle Province come una grande riforma modernizzatrice, oggi la Regione decide di tornare esattamente al punto di partenza.

È la certificazione del fallimento di una scelta, non il successo di una riforma.

Oggi la loro ricostituzione viene raccontata come una riforma altrettanto storica. Se due interventi diametralmente opposti (cancellazione e rinascita) sono (o sono stati) entrambi descritti come indispensabili, significa che almeno uno dei due nasce più da una scelta politica che da un'effettiva analisi dell'interesse pubblico.

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Per dieci anni ai cittadini è stato raccontato che le Province erano il simbolo degli sprechi, dei costi della politica, della burocrazia inutile. Si è proceduto alla loro soppressione con la promessa di una Regione più leggera, più moderna e più efficiente. Nel frattempo sono nati gli Enti di decentramento regionale (Edr), sono stati ridistribuiti uffici, personale e competenze, sono stati modificati regolamenti e procedure. Un gigantesco cantiere amministrativo pagato dai contribuenti.

Ora si scopre che le Province servono di nuovo. Gli Edr vengono cancellati e si ricomincia da capo. Cambiano insegne, organigrammi, sedi, vertici, elezioni, regolamenti. Tutto da rifare. È difficile immaginare un esempio più evidente di quanto la pubblica amministrazione sia spesso ostaggio delle oscillazioni della politica anziché di una visione di lungo periodo.

La maggioranza sostiene che le nuove Province riporteranno le decisioni vicino ai cittadini e garantiranno maggiore rappresentanza democratica. È una tesi legittima. Ma sorge spontanea una domanda: se è vero oggi, perché non lo era dieci anni fa? E soprattutto, chi risponde del costo economico e istituzionale di questo gigantesco pendolo legislativo?

Il vero scandalo non è il ritorno delle Province. È l'assenza di una seria autocritica.

Nessuno ammette che abolirle sia stato un errore, oppure che costruire gli Edr sia stato un investimento rivelatosi provvisorio. Nessuno presenta un bilancio dei milioni di euro spesi per creare un sistema che oggi viene smantellato. Come se il tempo trascorso e il denaro pubblico investito non avessero alcun valore.

C'è poi un tema di credibilità delle istituzioni. I cittadini osservano una politica che prima elimina un ente, poi lo sostituisce con un altro, quindi elimina anche quello per ripristinare il precedente. È difficile chiedere fiducia nelle istituzioni quando le istituzioni stesse cambiano forma a ogni legislatura. L'impressione è che l'assetto istituzionale sia diventata un laboratorio permanente, dove ogni maggioranza cancella ciò che ha fatto la precedente.

Naturalmente nessuno mette in discussione la necessità di un livello amministrativo di area vasta. Strade, edilizia scolastica, pianificazione territoriale e protezione civile richiedono un coordinamento che i singoli Comuni, soprattutto quelli più piccoli, difficilmente possono garantire da soli. Ma allora sarebbe stato più onesto riconoscere fin dall'inizio che il problema non era l'esistenza delle Province, bensì il loro funzionamento.

Invece si è preferito inseguire slogan. Prima "aboliamo le Province". Oggi "riportiamo le Province". Domani, chissà.

Il rischio è che il Friuli Venezia Giulia diventi il simbolo di una politica che non costruisce, ma corregge continuamente se stessa, senza mai fare davvero i conti con gli errori del passato. E mentre le istituzioni cambiano nome e assetto, i problemi reali restano gli stessi: liste d'attesa nella sanità, infrastrutture da ammodernare, spopolamento delle aree montane, crisi demografica, competitività delle imprese.

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La verità dietro questa controriforma ha una matrice diversa. Le Province piacciono alla politica perché offrono un bacino di consenso spendibile, una fitta rete di incarichi da distribuire per accontentare i territori e le correnti interne ai partiti. Per i cittadini, invece, il vantaggio è nullo: le competenze che torneranno in capo alle Province (strade, scuole superiori, ambiente) erano già gestite, pur tra mille fatiche, dagli Edr.

Il Friuli Venezia Giulia avrebbe avuto bisogno di un'architettura istituzionale snella, capace di valorizzare i Comuni e digitalizzare i servizi. Quello a cui stiamo assistendo, invece, è un nostalgico ritorno al Novecento, un'operazione di maquillage politico che i contribuenti friulani e giuliani pagheranno a caro prezzo. Cambiare tutto per non cambiare niente: il gattopardismo, a quanto pare, ha trovato casa anche a Nordest.

La buona amministrazione non si misura dal numero degli enti, ma dalla loro capacità di risolvere problemi.

Se le nuove Province sapranno farlo, saranno giudicate dai risultati. Ma nessuno potrà cancellare una domanda scomoda: era davvero necessario impiegare un decennio e milioni di euro per tornare esattamente al punto dal quale eravamo partiti?

Quando la politica percorre un lungo giro per ritrovarsi al punto di partenza, non può parlare di riforma. Deve chiamarla con il suo nome: una retromarcia.

La vera sfida non è riportare in vita un ente abolito dieci anni fa. È costruire una pubblica amministrazione che funzioni meglio di ieri.

Se il ritorno delle Province saprà dimostrarlo con i fatti, il giudizio potrà cambiare.

Ma fino ad allora resta forte il dubbio che questa riforma rappresenti soprattutto un ritorno al passato, più che un autentico passo avanti per il Friuli Venezia Giulia.

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