Presidente, il Friuli ti aspetta
Finito il circo mediatico, finite le dirette da Montecitorio, finite le dispute fra alleati sul nome del nuovo presidente, l’Italia e con lei il Friuli si risvegliano all’improvviso in un luogo che non avevano mai visto: la Terza repubblica. Dalle 13.35 di ieri, Sergio Mattarella è il dodicesimo Capo dello Stato, eletto con 665 voti al quarto scrutinio, e una convergenza più ampia di quella che i partiti si aspettavano, premier Matteo Renzi e presidente emerito Giorgio Napolitano in testa.
Ecco che al di là dei giudizi sull’uomo, sulle sue qualità dorotee, sull’indole mite ma severa, sul fatto che sia pro o contro qualcuno, reazionario o progressista, cattolico rigido o laicamente aperto al nuovo, su tutto insomma quel che si è detto e scritto in queste giornate convulse, vale la pena di soffermarsi sull’aria che tira fuori dal palazzo, proprio il luogo virtuale cui Mattarella si è rivolto con le sue prime parole da presidente: «Il mio pensiero - ha detto - a speranze e difficoltà dei nostri concittadini». Bene, presidente, il Friuli ti aspetta. E l’invito è già formalizzato per marzo.
Non c’è retorica in questa attesa. Non serve tirare in ballo i simboli della repubblica nella regione autonoma, le Frecce tricolori, la protezione civile che è nata qui con la tragedia del terremoto, gli alpini della Julia. Nè ricordare, come ha fatto Gianfranco D’Aronco, padre dell’autonomismo friulano, che sei siciliano e quindi autonomista come noi. C’è la gente normale là fuori. Ti aspettano gli studenti dell’università internazionale di Gorizia, che sono il ponte verso i nuovi mondi, così come i loro nonni che su quello stesso confine facevano i partigiani. Ti aspettano gli scrittori e gli imprenditori. In un asse ideale di generazioni che somiglia molto alla strana coppia Sergio-Matteo, all’asse fra Prima e Terza repubblica che ha rottamato, ieri, la Seconda.
C’è da dire che Sergio e Matteo sono una strana coppia di rottamatori. Pensiamo al Renzi della Leopolda, che sparava a zero sui “vecchi” e invocava il ricambio a tutti i costi. L’effetto è stato destabilizzare l’establishment del suo partito, i vari Bersani, D’Alema, Bindi e chi più ne ha più ne metta. Proprio gli stessi che, ventiquattro ore dopo avere esultato per Alexis Tsipras vincitore in Grecia, avere disegnato scenari apocalittici per i Dem renziani, tacciati di essere berlusconiani, si ritrovano ad applaudire convinti l’ultimo doroteo democristiano in attività, un uomo che ha passato - a differenza di Pippo Civati e Nichi Vendola - molto più tempo in silenzio che parlando. Eppure Mattarella era candidabile anche nel 2013. Era lì da sempre. Ce l’avevano a portata di mano anche Bersani e D’Alema, dopo la figuraccia su Prodi e l’invocazione a Napolitano perché tenesse in piedi, pur stanco, la traballante repubblica uscita dal voto politico d’allora.
Bene, se Bersani avesse presentato Mattarella al posto di Franco Marini sarebbe andata allo stesso modo. Il Parlamento l’avrebbe impallinato e, dopo poche ore, si sarebbe voltato pagina. Perché, dunque, Sergio Mattarella fa questo effetto in 3D? E’ l’aria della Terza repubblica, quella che si è aperta ieri con una novità: Renzi non rottama più solo lanciando giovani, ma anche attingendo al patrimonio della Prima repubblica, con l’effetto di cancellare lo strascico della Seconda, il tentativo di resistere al mutamento epocale, di insistere sulla classe dirigente degli ultimi vent’anni che - come dimostra l’elezione di Mattarella - non ha evidentemente prodotto né a destra né a sinistra un nome giudicato adeguato dal Pd di oggi. In pratica a rottamare Bersani, e anche un po’ Civati, è stato il doroteo Sergio. Da oggi presidente di tutti, con l’applauso della sinistra Pd e addirittura di un drappello di grillini fuoriusciti ad hoc dal Blog di Grillo per tentare nuove vie.
E veniamo agli altri protagonisti del Transatlantico. Il M5s ci ha provato con Ferdinando Imposimato, magistrato impegnato contro terrorismo e mafia. Nome alto, degno, ecc. Eppure non ha fatto nemmeno lontanamente l’effetto che fece quello di Stefano Rodotà. Anche in questo caso è la Terza repubblica a prevalere. L’Italia è stanca, forse più d’allora, ma non si sente più ancorata al vecchio quadro politico. Non ha più l’impressione che si giri sempre a vuoto. E’ disposta, insomma, a dare una chance. Ed ecco che i tatticismi di palazzo cedono il passo alla presa d’atto che c’è qualcuno che ha scelto, ha deciso un nome, lo ha proposto, ha puntato su un’opzione secca, prendere o lasciare. Proprio quello che gli italiani vanno chiedendo da anni ai loro rappresentanti: decidete.
Viene da sè che il centrodestra, ancora ancorato al leader del 1994, Silvio Berlusconi, paga il conto salato. Il conto di chi si presenta dopo vent’anni con le stesse facce e le stesse parole e dice, in sostanza, che siccome non hanno deciso loro, beh allora è tutto da rifare. No, rispondono gli italiani. Stavolta no. . La stessa risposta che danno all’Ncd di Angelino Alfano, quando parte la incredibile staffetta televisiva per trovare le parole più criptiche per spiegare perché Mattarella non andava bene, ma in fondo andava bene. Dall’altra parte il Pd di Renzi, molto più spiccio nei modi, che in pratica replicava dicendo: sarà più simile alla vostra storia politica che alla nostra? Difficile da smentire.
Adesso vi spiegheranno la road map, le riforme, i rischi, gli scogli. Leggeremo paginate sui paletti e le trappole che aspettano Renzi e i suoi. Torneremo insomma a chiuderci nel palazzo, dove c’è chi spera che sia tutto un grande incubo, che non sia vero che stavolta è finita la Seconda repubblica e si volta pagina. Ma non la gente normale.
Non quella che s’è già abituata al nuovo presidente e, in fondo, non gliene importa più di tanto come e perché ci sia lui e non Veltroni, Casini o Bersani. Ma che gli importa che Mattarella sia presidente di tutti. Quella, insomma, che lo aspetta a marzo in Friuli. Certa che verrà.
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