Così il terremoto ha trasformato l’economia friulana: Confindustria Udine celebra i 50 anni dal sisma

Il presidente di Confindustria Udine ha aperto il convegno "Prima le fabbriche" organizzato in occasione dei 50 anni del terremoto: «Le difficoltà possono diventare opportunità»

L'evento di Confindustria Udine per i 50 anni del terremoto: il prefetto Lione, il presidente Pozzo, il sindaco di Gemona Revelant
L'evento di Confindustria Udine per i 50 anni del terremoto: il prefetto Lione, il presidente Pozzo, il sindaco di Gemona Revelant

Cinquant’anni dopo, il terremoto del Friuli presenta un nuovo bilancio. A quello drammatico delle macerie, dei morti e dei miliardi spesi per ricostruire, se ne affianca un altro: quello di un’economia che, dopo il sisma, ha finito per correre più veloce di quanto avrebbe fatto senza quella drammatica frattura.

A dirlo, numeri alla mano, è lo studio della Banca d’Italia presentato sabato alla Fantoni di Osoppo, durante il convegno «Prima le fabbriche: la forza di ricostruire, il coraggio di guardare al futuro», organizzato da Confindustria Udine, che ha riunito una folta platea di imprenditori, amministratori locali e rappresentanti delle principali istituzioni finanziarie per rileggere, nel cinquantesimo anniversario del sisma, il ruolo giocato allora dall’industria.

Un luogo tutt’altro che casuale: la fabbrica produttrice di pannelli è infatti uno dei luoghi in cui quella rinascita ha preso forma e non ha mai smesso di guardare avanti. Lo ha dimostrato aprendo le porte al pubblico del suo ultimo investimento, il nuovo ingresso con il magazzino. Un contesto particolarmente significativo per provare a rispondere a una domanda che va oltre la memoria: che cosa ha prodotto, sul piano economico, la ricostruzione? Per stabilirlo, l’economista di Banca d’Italia, Sauro Mocetti, è andato a guardare i territori che nel resto d’Italia, prima del 1976, avevano condizioni simili al Fvg così da immaginare l’evoluzione che la regione avrebbe avuto in assenza del disastro.

Risultato: dopo il 1976 le strade delle due economie avrebbero iniziato a divergere per arrivare, a vent’anni di distanza dal terremoto, a un Pil pro capite del Friuli post sisma di circa il 20% più alto di quello del suo “gemello” senza terremoto.

«La cosa più interessante è che questo risultato non è spiegato da un aumento quantitativo dei fattori produttivi, ma soprattutto da una crescita della produttività – ha spiegato l’economista –. La ricostruzione ha permesso di sostituire capitale obsoleto, adottare tecnologie più moderne e modificare l’organizzazione delle imprese. In altre parole, ricostruendo, il Friuli ha avuto la possibilità di trasformare il proprio sistema produttivo».

Non è dunque soltanto la quantità degli investimenti a spiegare il risultato, ma la qualità della trasformazione. Nei trent’anni successivi al terremoto, le risorse pubbliche destinate alla ricostruzione hanno raggiunto i 22,5 miliardi di euro.

A cambiare il profilo produttivo sono stati nuovi impianti e tecnologie, una diversa composizione dell’economia, la crescita del capitale umano e la nascita dell’Università di Udine nel 1978. A questo si aggiunge la capacità della spesa pubblica di tradursi in infrastrutture in misura maggiore rispetto alla media italiana.

Dietro ai numeri, un fattore meno visibile: «il capitale sociale» ha sottolineato Daniele Franco, già ministro dell’Economia e direttore generale della Banca d’Italia, nel dialogo con il giornalista Marco Panara, che ha condotto l’evento: «La fiducia reciproca, quella nelle istituzioni e la capacità delle comunità di collaborare – ha proseguito l’economista – sono state importanti per affrontare uno shock di questa portata e per utilizzare in modo efficace le risorse disponibili».

Franco ha insistito anche sulla natura trasformativa della ricostruzione: «Se ricostruisco un’impresa da zero, posso ricostruirla in modo molto diverso, con tecnologie più moderne e una produttività maggiore».

Cinquant’anni dopo, la questione torna a essere quella della capacità del sistema produttivo di adattarsi. Per Antonio Gozzi, vicepresidente di Confindustria, delegato all’autonomia strategica europea, al Piano Mattei e alle politiche per la competitività, è proprio l’adattamento – altro elemento chiave nella rinascita di cinquant’anni fa – uno dei punti di forza dell’industria italiana, chiamata oggi a misurarsi con nuove tensioni geopolitiche, transizione tecnologica, carenza di competenze e trasformazione delle catene di approvvigionamento.

Per Gozzi la lezione del Friuli si lega anche alla necessità di riportare l’industria al centro delle strategie. «Se non si capisce che bisogna riscrivere l’agenda europea ponendo al centro il tema dell’industria come fattore di trasformazione, di sviluppo e di innovazione tecnologica, l’Europa che è nata sull’industria, sull’industria rischia di morire».

Un ragionamento che Gozzi lega alla capacità dei sistemi produttivi di affrontare le trasformazioni, dalla transizione tecnologica alla carenza di competenze, e di mantenere quella capacità di adattamento che ha rappresentato uno degli elementi della competitività del sistema industriale italiano. Altra lezione da mandare a memoria, quella legata alla prevenzione, richiamata dall’assessore regionale Riccardo Riccardi, «è necessario avere regole e meccanismi già definiti per affrontare crisi e ricostruzioni, senza doverli costruire nel momento dell’emergenza».

Spunti, suggestioni, numeri, testimonianze, come quelle di alcuni dei protagonisti di allora – Marco e Alessandra Fantoni, Luigi Burgi e Andrea Pittini, i cui video storici hanno inframezzato la mattinata – hanno consegnato alla platea nuovi spunti di riflessione, utili – nella lettura del presidente di Confindustria Udine, Luigino Pozzo – per affrontare, cinquant’anni dopo, «un passaggio epocale. Non un terremoto della terra, ma un terremoto della storia economica. Per affrontarlo, «serve un grande patto di corresponsabilità – ha concluso – per mettere insieme e costruire una visione futura del nostro territorio».

 

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto