Popolare di Vicenza, funzionari locali sotto esame

UDINE. L’apertura dell’inchiesta da parte della Procura di Udine sulla Banca Popolare di Vicenza fa tremare funzionari e direttori di filiale friulani. L’obiettivo degli inquirenti, come ha precisato il procuratore capo Antonio De Nicolo, è quello di verificare se le operazioni finanziarie alla base delle denunce di risparmiatori - in molti casi l’accensione di fidi per consentire l’acquisto di azioni - fossero imposte dalla direzione generale o frutto di una libertà d’azione locale.
Nel secondo caso il registro degli indagati potrebbe affollarsi di dipendenti friulani. E così ritornano in primo piano i commenti dei rappresentanti sindacali al momento dello scoppio del caso Bpvi. «Alla Popolare vicentina era prassi proporre la sottoscrizione di azioni accanto alla sottoscrizione del mutuo.
Ora - aveva sottolineato Piero Disnan, segretario dei bancari della Uil - viene da chiedere: dove stavano i controlli interni? L’audit dove era? E la Banca d’Italia? E i rappresentanti sindacali in quegli istituti?».
«Non so - aveva aggiunto Roberto De Marchi, segretario della Fiba Cisl - se tutti i dipendenti di sportello fossero davvero consapevoli di tutto, ma sono certo che i vertici aziendali sapevano benissimo ciò che stavano facendo. Non vorrei che a pagare il conto oggi fossero solo gli ultimi, mentre sarebbe necessaria una pulizia etnica dei soggetti che hanno fatto dell’esercitare pressioni un arte e che mi pare siano ancora al loro posto».
Pressioni che - a prescindere dal caso della Popolare di Vicenza - i sindacati denunciano da tempo. «Denunciamo l’esistenza di pressioni all’interno di tante banche dal lontano 2003 - ha rimarcato Mattia Grion, segretario dei bancari della Cgil -. È chiaro che ognuno poi risponde alla propria coscienza, ma è difficile resistere a un pressing quotidiano che inizia al mattino e finisce la sera.
Quella di non ascoltare le esigenze del cliente ma proporre prodotti preconfezionati a prescindere da chi ti trovi di fronte, è una prassi consolidata. Si indicano al dipendente i prodotti, gli si danno obiettivi da raggiungere e un tempo. Se l’impiegato raggiunge il risultato allora è bravo; in caso contrario è un incapace, è a rischio trasferimento, è uno “sfigato” indicato come tale nel corso di riunioni o convention».
E se pure si gioca a scaricabarile assegnando la responsabilità all’ultimo anello della catena, ovvero a colui che “ha mostrato la faccia” intrattenendo rapporti con la clientela, «vale la pena ricordare - ha sottolineato Grion - che dei 180 miliardi e spiccioli di sofferenze bancarie evidenziate oggi dal sistema, l’80 per cento non è stato vagliato dagli impiegati, ma approvato dai cda e delle direzioni generali. Almeno su questo - rimarca il sindacalista - la responsabilità dei vertici è abbastanza evidente».
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