Polizze in fumo, il pm: pochi due anni al broker

UDINE. Due anni di reclusione, con sospensione condizionale della pena, al broker assicurativo udinese, accusato di avere mandato in fumo oltre 2 milioni e mezzo di euro di risparmi di una cinquantina di investitori, sono ritenuti una pena non congrua dal procuratore aggiunto, Raffaele Tito, che aveva indagato Marino Avanzo, 46 anni, di Udine, per appropriazione indebita continuata e pluriaggravata dall’abuso di prestazione d’opera e dal danno patrimoniale di rilevante gravità.
Da qui, la decisione del magistrato di non prestare il proprio consenso all’istanza di patteggiamento, che il difensore di Avanzo, avvocato Maurizio Miculan, ha formulato ieri, nell’udienza davanti al giudice monocratico del tribunale di Udine, Mariarosa Persico, per definire il procedimento. E da qui anche il rinvio del processo, su richiesta dello stesso legale, al 9 febbraio, per la formalizzazione di un nuovo rito alternativo.
Ossia, con ogni probabilità, un abbreviato condizionato all’espletamento di una perizia contabile, attraverso la quale il difensore intende fare accertare l’esatta entità del danno, differenziando la quota parte andata persa «a causa - a suo dire - di investimenti effettuati nell’interesse dei clienti, ma finiti male», da quella «effettivamente introitata da Avanzo e poi non resa». Denaro che l’avvocato Miculan ha indicato all’incirca in un terzo dell’ammontare complessivo della somma contestata dall’accusa.
Data per acquisita la responsabilità del broker - era stato lui stesso ad autodenunciarsi, comparendo spontaneamente davanti al pm e spiegando le ragioni per le quali non aveva potuto o voluto restituire una parte degli investimenti -, dunque, la battaglia giudiziaria si giocherà ora su due piani. Da una parte, la quantificazione del danno, dall’altra la determinazione della pena. Non potendosi escludere, peraltro, l’ipotesi che il giudice decida infine di ritenere congrua la pena proposta e, quindi, fatto proprio il patteggiamento, dichiarare l’inutilità del dibattimento.
Ieri, intanto, dieci della cinquantina di clienti che avevano messo nelle mani di Avanzo i propri risparmi si sono costituiti parte civile con gli avvocati Russiani (foro di Gorizia), Carlin (Venezia), Casagrande (Pordenone) e Todone (Trieste). A considerarsi parte lesa e costituirsi a loro volta parte civile sono state anche le due compagnie alle quali l’agente era legato: l’Axa Assicurazioni Spa, con l’avvocato Granata (Milano) e la Bcc Vita spa, con l’avvocato Picasso (Milano). Per entrambe, l’avvocato Carlin aveva chiesto la citazione in giudizio come responsabili civili. Sarà il giudice, in sede di sentenza, a stabilirne il ruolo. E cioè a decidere se chiamare anche le assicurazioni a partecipare al risarcimento del danno subìto dagli investitori, oppure se ritenere prevalente il danno a loro volta patito. Da parte sua, quando confessò il fatto, Avanzo aveva già messo a disposizione degli inquirenti tutti i propri averi e la casa, di cui è comproprietario con la moglie.
Stando alla ricostruzione della Guardia di finanza, le operazioni di “distrazione” del denaro ricevuto dai clienti, affinchè fosse investito in polizze assicurative o polizze vita, sarebbero cominciate nel 2000 e proseguite fino al 1° aprile 2010. Avanzo, secondo il pm, le avrebbe dirottate sui propri conti correnti «per finalità prevalentemente familiari e di gestione della propria esistenza». Non di appropriazione indebita si tratto, per la difesa, bensì di un “prestito” mai reso.
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