Pinzano e Vito d'Asio: la Val D’Arzino a pezzi per il terremoto

Il sindaco Lualdi chiese aiuto, rispose Montanelli con 4 miliardi di vecchie lire. Nei due comuni il terremoto lasciò 28 morti ai quali si aggiunse un altro colpito a settembre

PINZANO-VITO D'ASIO. Quella notte successe il finimondo anche tra Pinzano e Vito D’Asio. Lo sa bene il consigliere comunale di allora, Primo Campeis, che avvertì la scossa a Udine, nella casa dei suoceri, e pensava di portare la famiglia in salvo a Campeis, piccola frazione di Pinzano.

«Andiamo a Campeis, lì non è successo sicuramente nulla», disse alla moglie senza immaginare che pochi minuti dopo sarebbe stato costretto a smentirsi perché lungo il tragitto fu fermato a San Daniele nel posto di blocco istituito dalla polizia. I crolli delle case e le frane avevano reso insicura la viabilità verso la Destra Tagliamento, ma Campeis fu convincente e passò.

Non potrà mai dimenticare i corpi privi di vita stesi tra le macerie a San Pietro di Ragogna o i sepolti vivi che aiutò a estrarre a Pinzano. «Mi dissero che erano crollate le case popolari meglio note come case Fanfani e che non erano riusciti a salvare tutte le persone», aggiunge ricordando i mezzi militari e quelli dei vigili del fuoco che, anche il giorno dopo, lavoravano nella speranza di trovare ancora qualcuno in vita.

«La gente - scriveva Fulvio Comin sulle pagine del Messaggero Veneto - se ne sta raccolta nei campi vicini senza dire una parola, ha gli occhi fissi sulla pasta frolla che le sta davanti e nella quale hanno trovato la morte già 12 persone».

Stando alle prime stime, il 95 per cento delle case di Pinzano era danneggiato. Sembrava un paese fantasma. Le crepe nella chiesa di Valeriano impressionarono non poco la comunità, il campanile crollato era solo uno dei tanti simboli che i cittadini avevano perso quella notte.

Le campane erano a terra tra il pietrame e sotto le macerie del campanile giaceva il corpo privo di vita di Alfredo Prevedel, un residente a Spilimbergo che, per uno strano scherzo del destino, quella sera si trovava a Valeriano. Altrettanto impressionante gli affreschi del Pordenone sfregiati dalle crepe sulla facciata della chiesa dei Battuti.

A Costabeorchia non andava meglio. I 100 abitanti nella frazione situata a mezza costa, il giorno dopo erano scesi a valle e quello che, fino a poche ore prima, era una piccola “perla” turistica, diventava un altro simbolo della distruzione. Il nome del paese si leggeva solo in uno spezzone di muro.

«È crollato quasi tutto - recitavano le cronache -, si è spaccata persino la montagna. Non si vedono vigili del fuoco, militari, non c’è la corsa dei volontari. I sopravvissuti sono scappati a valle, dai parenti. Ma torneranno». Anche qui la gente non voleva lasciare i luoghi di sempre, lottava per ricostruire le frazioni com’erano e dov’erano. Il problema si pose sia per l’allestimento delle tendopoli che dei prefabbricati.

I giorni del terremoto a Pinzano e Valeriano

«Sembra che vogliano spostare il paese vicino a Pinzano, ma i vecchi non ci andranno, sono troppo attaccati a quel poco che hanno, all’uva, all’aria», raccontò il pittore Raffaele Zannier, lo stesso che la notte del 6 maggio scavò a mani nude, da solo, per estrarre il padre rimasto sotto le macerie.

Lo liberò da quell’orrore e lo accompagnò in ospedale. La nonna era già morta. Nonostante la disperazione, la gente continuava a ripetere: «Ricostruiremo». A Pinzano arrivarono le tende, i vagoni ferroviari dove uomini e donne si ripararono nei primissimi giorni dell’emergenza, e nei mesi seguenti pure i prefabbricati.

Tutti gli abitanti nelle frazioni vollero restare vicino alle loro case. Pochi accettarono le sistemazioni nelle località balneari. «Siamo sempre stati radicati qui. Tutto quel disastro ci prese alla sprovvista», ammette Campeis confessando che il susseguirsi delle scosse lo colpì profondamente.

«La terra tremava ogni giorno, dava l’idea che potesse non finire più. Questo panico me lo porto ancora dentro». Il consigliere comunale sembra non voler più ricordare la stagione del terremoto. Ci tiene a dire, però, che la comunità di Campeis ristrutturò da sola la sua chiesa.

A Vito D’Asio non andava meglio. Quella notte il vigile urbano, Pietro Gerometta, oggi sindaco, con l’unico mezzo del Comune trasferì la gente da Anduins davanti alla Lima, l’azienda dell’allora primo cittadino Lualdi. Era l’unico piazzale dotato di bagni e acqua corrente. Anduins, Pielungo e Casiacco, erano distrutte.

«Neppure l’archivio comunale riuscimmo a salvare. Il municipio pericolante - racconta Gerometta - venne demolito e gli scout recuperarono quello che riuscirono perché la pioggia rese tutto più difficile. Le carte bagnate furono portate in discarica con le macerie».

Quarant’anni fa in quelle vallate le informazioni arrivavano a fatica. «Per mesi - aggiunge Gerometta - non sapemmo cosa era successo realmente e non vedemmo Osoppo. Gli aiuti arrivavano a singhiozzo e non capivamo perché. Non sapevano che dall’altra parte del Tagliamento si contavano centinaia di morti.

Quella notte fu proprio Gerometta, accompagnato da un medico e da un forestale, a raggiungere per primo, a piedi, le frazioni disastrate. «Ci avevano detto che a Pielungo alcune persone avevano perso la vita, partimmo lungo la strada provinciale Regina Margherita, ma dopo le gallerie trovammo massi alti quanto i paramassi.

Alle 23 quando arrivarono non credevano ai loro occhi: «Due vittime erano già state estratte dai militari, il medico constatò la morte e proseguì. Un bambino di pochi giorni, era nato il 2 o il 3 aprile, morì al fianco della madre e del padre».

Gerometta non riesce a dimenticare quelle immagini: «Riconoscere quei volti coperti dal fumo dei calcinacci fu straziante». Impossibile dargli torto. «Conoscevo quelle persone, fu un’esperienza terribile». Gerometta restò a Pielungo fino alla mattina seguente quando arrivarono le prime ruspe a liberare la strada. «I soldati di Tauriano tiravano fuori i morti calzando gli infradito, erano stati buttati fuori dalle caserme con urgenza e non avevano avuto il tempo di sostituire gli infradito con le scarpe».

Gerometta era un ventiquattrenne e con lo spirito simile a quello dei giovani d’oggi si sentiva in dovere di rispondere alle richieste di aiuto che arrivavano dalle case pericolanti dove sarebbe stato più prudente non entrare.

«Entravamo a tirar fuori la gente con la terra che tremava. Avevamo la sensazione di non avere il tempo per tonare indietro. Gli stessi militari ci dicevano: “Aiutateci”». A Vito D’Asio il terremoto distrusse anche la cattedrale dell’anno Mille. L’intervento delle Belle arti evitò la sua demolizione. La furia del sisma non risparmiò neppure le chiese di Anduins e Casiacco.

In quelle ore, a Vito D’Asio era minacciata dalle frane. Alcuni giorni dopo il sisma il materiale era ancora in bilico sulla sommità della montagna, mentre ad Anduins uno smottamento si era già rimesso in movimento. Lualdi girava ai piedi di queste montagne con un comandante dell’Ariete rimasto in quel luogo per soccorrere la popolazione.

Alla pari di quella dei militari, fondamentale si rivelò l’opera dei Cb e degli altri radioamatori che crearono i ponti radio per raccogliere le notizie dai paesi isolati. In linea d’aria, Vito D’Asio era vicino all’epicentro tanto quanto Gemona, ma da queste parti gli aiuti arrivarono dopo.

«Nacque una sorta di ribellione nei confronti della lentezza della macchina pubblica - rivela Lualdi -, avevo un’azienda che manteneva mezza valle, il piazzale era l’unico punto dotato di bagni e acqua corrente». L’ex sindaco ricorda, infatti, che solo grazie all’aiuto del comandante dell’Ariete riuscì a sgomberare le macerie dalle strade.

«A un certo punto - continua Lualdi - presi l’iniziativa contro la Regione, mi resi autonomo non ricevendo i politici di allora». Il grido d’aiuto del sindaco fu amplificato dalla stampa nazionale che titolò: «Un sindaco si ribella alla politica». Indro Montanelli fu tra i primi a tendere la mano a Lualdi. «Organizzò una raccolta fondi, mandò un suo giornalista di punta a Vito D’Asio, poi venne lui stesso a consegnarmi quattro miliardi di vecchie lire».

Con quei soldi il sindaco ribelle costruì le case per la sua gente. Vito D’Asio elesse Montanelli tra gli amici della Val D’Arzino non a caso quando morì il necrologio del Comune recitava: «Credevamo di farcela da soli. Ci avevano costretti a far sempre da soli. Eravamo fieri d’aver fatto tutto da soli. Il terremoto del 1976 ha scosso anche questa certezza. Abbiamo avuto bisogno di tanti e tra questi un posto di primo piano spetta di diritto proprio a Montanelli che si è prodigato con tutti i mezzi a sua disposizione per contribuire concretamente e rapidamente alla rinascita della nostra comunità».

Tutto quel clamore fece recuperare a Vito D’Asio il tempo perduto: «Realizzai la scuola elementare con i soldi ricevuti dal Comune di Asti, ma il progetto definitivo non superò l’iter. Pagai di tasca mia» ricorda Lualdi costretto a una vicenda giudiziaria conclusa con l’assoluzione in Appello.

Nonostante la presenza dei volontari, non era facile programmare il futuro nella valle stretta tra le montagne. Nessuno voleva allontanarsi, ma nonostante ciò, «la Regione sbloccò molti anni dopo la possibilità di trasferire il contributo altrove. Temeva - rivela Gerometta - che molti costruissero le case a Spilimbergo. Peccato perché, a 40 anni di distanza, nelle frazioni ci troviamo con molte abitazioni vuote senza più mercato».

 

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