Pensioni più povere e lavoro fino a 70 anni per i nati dopo il 1980

Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, a partire dal 1996, sta sistemando i conti pubblici ma, in assenza di correttivi, rischia di far divampare uno scontro generazionale senza precedenti

UDINE. Lavorare molto più a lungo per prendere una pensione sempre più bassa. Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, a partire dal 1996, sta sistemando i conti pubblici ma, in assenza di correttivi, rischia di far divampare uno scontro generazionale senza precedenti.

L’Inps ha calcolato che il 75% dei pensionati nati intorno al 1945 è uscito dal lavoro prima dei 60 anni. Mentre per chi è nato nel 1980 le proiezioni dicono che sarà possibile andare in pensione prima dell’età di vecchiaia (70 anni nel 2050) in meno del 40% dei casi.

Ma, a seconda dell’andamento del Pil nei prossimi decenni, si potrebbe arrivare fino a 75 anni. Per non parlare dei trattamenti, destinati a collassare ancora di più. L’attuale tasso di sostituzione (vale a dire il rapporto tra l’ultimo stipendio prima di andare a riposo e l’assegno pensionistico) attualmente è dell’80%, mentre nel giro dei prossimi 35 anni è destinato a scendere fino al 62%.

Tra l’altro l’importo medio passerà dagli attuali 1.703 euro a 1.593 euro. L’abbandono, anche se con estrema gradualità, della formula di calcolo retributiva, che prevedeva una pensione legata al numero di anni di attività e alle retribuzioni percepite al termine della carriera per sostituirla con quella contributiva, in cui la prestazione è ancorata al totale dei contributi versati lungo l’intera carriera, nei fatti taglia le pensioni future del 25% ai 40enni di oggi rispetto ai loro padri.

E qualche elaborazione aiuta a comprendere meglio la portata del fenomeno. Prendendo come ipotesi un’età pensionabile 66 anni e un’età contributiva di base di 40 anni, con 30mila euro lordi all’anno la pensione annua di un dipendente con il contributivo sarà di 22.271 euro (1.713 euro lordi mensili) rispetto ad un trattamento passato, con il retributivo, di 24mila euro (1.846 euro mensili).

Abbassando l’asticella le cose, ovviamente, peggiorano. Con un reddito di 25mila euro, la pensione retributiva ammonta a 20mila euro annui (1.538 euro mensili), ma quella contributiva scenderà a 18.559 (1.427 euro mensili). Riducendo le entrate del lavoratore a 20mila euro, l’assegno si avvicina alla soglia dei mille euro lordi. Operando solo sul montante contributivo si avrà, infatti, una pensione di 14.847 euro lordi all’anno (1.142 al mese).

Il vero punto debole del sistema contributivo, rispetto al retributivo, è che punisce le carriere lavorative discontinue. Guarda caso proprio quelle che caratterizzano le classi giovanili vittime della precarietà del mercato.

Prendiamo in esame un reddito di 25mila euro annui. In questo caso basterebbe un buco contributivo di 3 anni a far precipitare il lavoratore. La sua pensione sarebbe, infatti, di 12.485 euro annui (960 euro mensili lordi). E il conto peggiorerebbe assai con 5 (11.810 euro) e 7 anni (11.135) di vuoto lavorativo.

Lo scenario futuro, ammonisce l’Inps, è da brividi. Già attualmente la quota di pensionati che è andata a riposo con il sistema retributivo e che riceve meno di mille euro lordi è del 42,5%.

Si tratta di 6,6 milioni di italiani che, anche calcolando l’assegno previdenziale sulla base delle retribuzioni degli ultimi 10 anni di lavoro, come prevede il sistema per chi nel 1996 aveva già 18 anni di contributi all’attivo, non sono riusciti ad ottenere cifre più sostanziose per la vecchiaia. Cosa accadrà in futuro ai 30enni di oggi?

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