Palio studentesco, il Liceo Bertoni mette in scena Terenzio

UDINE. Vedere è cosa ben diversa dal guardare. Registrare con occhi muti ciò che accade tutt’intorno non ha nulla a che vedere con l’interrogarsene a voce spiegata. E se vedere è una dote naturale, guardare è una virtù innata. L’esercizio può aiutare, ma servono dedizione, volontà, oltre che occasioni.
Il Palio Teatrale Studentesco può offrire tutto questo, ma solo a chi sia pronto a sollevare lo sguardo. E a testa alta hanno lavorato i ragazzi dei Licei classico e scientifico “G. Bertoni”, appassionati ricercatori di lenti nuove con cui guardare, appunto, passato e presente.
In scena “Palliata”, riscrittura originale da Terenzio dal pungo di Licia Cavasin, un testo ricco di attualità declinata tra classico e ironia. I protagonisti sono sette, ognuno ad incarnare tanto un personaggio quanto un messaggio, da ricevere ancor prima che da trasmettere.
Mihaela Cucos è Diletta, ossimoro in scena: «Io sono tutto fuorché Diletta, una punk con le treccine blu. Ed essere qualcosa che non sei sul palco non è facile, serve costante concentrazione».
Qualche battuta e subito dimostra di esserci riuscita, anche dietro le quinte. Se poi Anca Albuta si sente un po’ Tormentilla, personaggio tormentato e fastidioso, Giampiero Piussi è sfacciatamente a suo agio: «Volevo un ruolo per allontanarmi dalla mia personalità: ho finito per scoprire una prospettiva diversa di me».
E sono molti i modi per veicolare un messaggio, tante bottiglie trasparenti lanciate dal palco verso la platea. La gestualità è ciò che più colpisce dopo la parola.
Lo sa bene Maria Sofia Rizzi, tra i ruoli interpretati ha il tappo di sughero più importante da far aprire: «Sono Terenzio. È una sorta di coscienza dei personaggi, aiuta gli altri a ritrovare sé stessi. E il messaggio che voglio trasmettere è il suo messaggio: credere nel cambiamento, avere fiducia nelle persone nuove».
Forte e incisivo è l’omaggio a Publio Terenzio Afro, dipinto come profugo di terra e vita lontana, cantastorie sgangherato dagli occhi oceano, sbarcato sul palco con tremor d’ansia e lasciato in un ballo sorridente. Non è mancato poi un marchio di fabbrica delle “Amazzoni”, coordinate da Daniela Zorzini, quelle scelte linguistiche particolari e ricercate, capaci di valorizzare il significante ancor prima del significato.
Non c’è solo il latino, ma anche il friulano e altre parlate più o meno mascherate: «Una parte davvero impegnativa, soprattutto per il dialetto – Camilla Cavarape, in arte Libera - ma che mi lascia la consapevolezza di quanto una donna da sola possa essere forte».
In molti hanno visto e vedranno questo spettacolo. Forse alcuni, come i suoi protagonisti, riusciranno anche ad alzare un po’ di più lo sguardo.
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