Omicidio di Basiliano, il processo e l'audio del delitto in aula

Elisa ha registrato l’ultimo colloquio col suo carnefice. Il dialogo serrato, la trappola di Manduca. Poi le urla per le coltellate

BASILIANO. L’ha riascoltata e si è riascoltato. Ma è stato troppo anche per lui. Le grida di terrore di Lisa, agonizzante a terra dopo nove pugnalate, gli hanno perforato le orecchie. Inutile coprirsele con le mani, chinando il capo e cercando tregua nel silenzio.

La morte in diretta vale più di qualsiasi gesto e parola. Vincenzo Manduca, 29 anni, di Forlì, reo confesso dell’omicidio della sua ex compagna Lisa Puzzoli, 22, di Villaorba di Basiliano, aveva insistito per essere giudicato in Corte d’assise. Convinto di riuscire così a spiegare le ragioni del delitto e l’esasperazione di un padre privato della propria figlia. Forse, però, non aveva tenuto conto di quella registrazione. I tre minuti scarsi fatti sentire ieri, in aula, dalla pubblica accusa hanno raggelato animi e cuori.

Presenti anche i genitori. Sono le 9 quando Manduca fa il suo ingresso in tribunale. Scortato dagli agenti della Polizia penitenziaria del carcere di Udine, dove dalla sera dell’omicidio - era il 7 dicembre 2012 - si trova rinchiuso, ha preso posto accanto all’avvocato Manuela Pasut, che lo difende coadiuvato dal collega Andrea Coluccia.

Dall’altra parte del banco, il pm Marco Panzeri, che gli ha contestato le aggravanti della premeditazione e del fatto di avere agito su una vittima di stalking, e gli avvocati di parte civile Enrica Lucchin e Valentino Tornaboni, costituitisi per conto dei genitori di Lisa, del fratello (tutti presenti, in qualità di testi) e della figlia. La Corte, composta da sei giudici popolari e due togati, è presieduta da Angelica Di Silvestre (a latere Carla Missera).

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Da Forlì a Villaorba. Il processo entra subito nel vivo, con la riproduzione delle registrazioni audio che Lisa aveva fatto con il proprio cellulare, in occasione dell’ultimo tragico incontro con il padre della loro bambina. Era stato lo stesso avvocato Lucchin, cui la ragazza si era rivolta per le frequenti minacce ricevute dopo la notizia che era rimasta incinta, a suggerirle di registrare ogni cosa. Partito da Forlì con un coltello nuovo di zecca, Manduca si era presentato alla porta di Lisa, con la scusa di doverle parlare dell’assegno di mantenimento. «In realtà - ricorda il legale -, il suo obiettivo era vedere la figlia, pur avendo ricevuto proprio due giorni prima il provvedimento del giudice che gli vietava di farlo».

L’incontro si svolge in due tempi. Nella prima registrazione, si sente Lisa accostarsi al cancello con le grate: non si fida e cerca di farsi passare le carte, evitando contatti fisici. Nella seconda, si sposta in quello coperto: cedendo alle sue richieste, lo apre e in breve se lo ritrova addosso. L’assassinio si consuma in un tempo calcolato in un minuto e mezzo.

L’autodenuncia. Prima di passare all’audizione dei testi, il pm ha riproposto anche la registrazione della telefonata che lo stesso Manduca fece al 112, subito dopo l’accoltellamento, per chiedere indicazioni su come raggiungere la stazione dove andare a costituirsi. «Ho ucciso la mia ex - scandì al cellulare -. È da 26 mesi, dalla nascita di mia figlia, che discutiamo. Ecco, ora sono diventato il delinquente di cui parlate». Proseguito anche nel pomeriggio, il processo è stato aggiornato all’udienza del 3 febbraio.

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