Mv 80, Severgnini racconta il giornalismo: «Da Montanelli ai social è cambiato quasi tutto »
Corrispondente, editorialista e conduttore televisivo ripercorre la sua carriera: «L’informazione trovi nuovi modi per comunicare. Conquistare la fiducia dei lettori è ancora fondamentale». Sabato 23 maggio, alla festa per gli 80 anni del Messaggero Veneto, a Udine, sarà lui a raccontare “A cosa serve un giornale?”

Ha iniziato a vivere di giornalismo quando, nel 1981, Indro Montanelli lo ha chiamato a Il Giornale e da quella volta non si è più fermato: è stato, a soli 27 anni, corrispondente a Londra, poi inviato in Russia e Cina, corrispondente a Washington. Ha iniziato quando internet e i telefonini esistevano solo nei libri di fantascienza e non ha ancora terminato perché Giuseppe Severgnini, per tutti Beppe, saggista, opinionista e conduttore televisivo, oltre che editorialista del Corriere della Sera, quotidiano per il quale lavora dal 1995 e per cui ha creato il blog/forum Italians, ha saputo trasformare il suo modo di fare il giornalista. Adattandolo ai tempi e alle tecnologie. Ecco perché sabato 23 maggio, alla festa per gli 80 anni del Messaggero Veneto, sarà lui a raccontare “A cosa serve un giornale?”. Ancora oggi.
Ci può raccontare i suoi primi passi nel mondo del giornalismo?
«Sono 45 anni che faccio il giornalista, sono iscritto all’albo da 40. Ho iniziato con La provincia di Cremona, un quotidiano locale che mi assegnò una rubrica in cui parlavo dei miei coetanei e un poi li prendevo in giro».
Funzionò?
«Sì, quando poi quegli articoli divennero un libro ne vendemmo 500 copie in pochi giorni».
La sua rubrica attirò anche l’attenzione di Montanelli.
«Fu una sorpresa, un po’ come se un giocatore della Gemonese venisse chiamato dall’Udinese».
Si è preparato anche sul calcio friulano?
«No, in realtà conosco il Friuli per altri motivi, sono amico di Giada Messetti che mi ha portato anche a Gemona (è originaria di lì, ndr)».
Gemona è un dei comuni simbolo del terremoto del 1976.
«Sono quelle date che ricordiamo un po’ tutti. Io il 6 maggio alle 21 ero a Pavia, stavo ripassando un esame con l’amico di mio fratello e ricordo che ero girato di spalle mentre ripetevo, d’improvviso mi sono ritrovato contro il muro e mi sono girato dicendogli: ma sei scemo, cosa mi spingi? Ma non era stato lui, era stato il sisma. Oltre a questo ricordo personale poi ho seguito la vicenda perché è una di quelle cose che ti restano impresse. Per il Friuli c’è stato un prima e un dopo».
Per lei fu lo stesso dopo la chiamata di Montanelli?
«Da quel momento iniziai a vivere di giornalismo. Era il 1981, Milano si stava risvegliando dopo gli anni del terrorismo e io stavo facendo il militare, di rientro da Macerata e Grosseto, avevo la possibilità di uscire dalla caserma dalle 17 alle 23 così Montanelli mi mandò a raccontare la Milano notturna. Levavo la divisa e uscivo con penna e taccuino».
Anche a Londra fu così?
«Sì solo Montanelli poteva mandarmi a Londra ad appena 27 anni, sapevo l’inglese e facevo il cronista col telefono e la radio. In realtà quel giornalismo non era molto diverso da quello di 50 anni prima».
I grandi cambiamenti dovevano ancora arrivare. Quando si rese conto che il giornalismo sarebbe cambiato?
«Nel 94-95 ero in America e con l’arrivo di internet cambiò tutto. Scrivere bene non bastava più, anche per quello ho voluto imparare a utilizzare altri mezzi di comunicazione come la televisione e la radio».
C’è stato un episodio che le ha fatto dire, ok niente sarà più come prima?
«Quando arrivai a Washington i miei amici inglesi e americani mi hanno detto: sei collegato? Usavano il compuserve, una specie di internet per scambiarsi messaggi e decidere cosa fare, se andare a mangiare una pizza o meno. Si parlavano attraverso i computer, per me era chiaro che il genio era uscito dalla bottiglia».
Come reagì?
«Avevo l’età giusta e ho fatto in tempo a prendere il treno, quando sono tornato a Milano mi consideravano un fighetto che veniva dall’America, ma in poco tempo cambiò tutto anche se la vera rivoluzione arrivò col telefonino e i social: tutti improvvisamente avevano telecamere e potevano scrivere e questo ha portato a far sì che ci siano tantissime cose gratuite da poter leggere ma molte fanno schifo o sono banali».
La qualità è la via per sopravvivere?
«La qualità è fondamentale, ma il tema è riuscire a farsi pagare. Oggi se chiedo all’intelligenza artificiale informazioni a Udine quasi sicuramente il Messaggero Veneto è tra le fonti, ma non viene di certo retribuito».
Il giornalismo è quindi destinato a scomparire?
«La politica non vede l’ora per poter raccontare direttamente la sua verità come fa già attraverso i social e gli uffici stampa, ma io credo e spero che si sarà un futuro per l’informazione, ma bisogna trovare modi diversi, non solo attraverso la carta e il web, per guadagnare, per esempio organizzando eventi che contribuiscono anche a ottenere la stima dei lettori. La chiave è probabilmente la fiducia che si conquista mostrandosi coerenti e affidabili quando si racconta una notizia».
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