Mostro di Udine, dopo 44 anni spunta il Dna

Dopo 44 anni per la prima volta sono a disposizione dati concreti su cui lavorare per dare un volto al “mostro di Udine”: la Procura friulana è infatti in possesso di alcuni profili completi di Dna che i carabinieri del Ris di Parma hanno ricavato dai reperti rimasti chiusi per decenni negli archivi del Tribunale di Udine. Si tratta di un profilattico usato, qualche capello e un mozzicone di sigaretta.
Oggetti trovati sulle scene del crimine di due degli omicidi attribuiti al mostro, ossia quelli di Maria Luisa Bernardo, trovata morta il 22 settembre 1976 in una strada secondaria di Moruzzo, e di Maria Carla Bellone, il cui cadavere fu rinvenuto il 19 febbraio 1980 nelle campagne di Pradamano.
MOSTRO DI UDINE, CHIESTA LA RIAPERTURA DELLE INDAGINI: CHE COSA SAPPIAMO
- Sono 15 le donne, dodici delle quali prostitute, uccise tra il 1971 e il 1989, forse per mano della stessa persona
- Federica Tosel, incaricata dai parenti di due delle vittime, Maria Luisa Bernardo e Maria Carla Bellone, ha presentato istanza di riapertura delle indagini presso la Procura di Udine
- Nel corso delle riprese della docu-serie tv Il Mostro di Udine, che andrà in onda su Sky, sono stati trovati alcuni reperti, raccolti dalle forze dell’ordine sui luoghi dei due omicidi, che non vennero mai analizzati, perché all’epoca la tecnologia forense non lo permetteva
- La prima vittima, nel primo giorno d’autunno del 1971, è Irene Belletti. Marina Lepre è uccisa barbaramente sul greto del fiume Torre, tra il 25 e il 26 febbraio 1989: è l’ultima della lunga serie. Una colonna di omicidi che ha avuto solo tre condanne, ma mai un colpevole per quelli avvenuti con le modalità della Lepre.
A quell’epoca gli investigatori non avevano a disposizione strumenti tecnici in grado di trarre informazioni da quegli oggetti. Oggi invece la scienza può raggiungere risultati impensabili solo fino a pochi anni fa. E grazie alle capacità degli esperti del Ris è stato possibile arrivare ai Dna. Ma a chi appartengono? All’assassino o ad altre persone che più o meno casualmente entrarono in contatto con le vittime proprio poco prima degli omicidi? È a queste domande che deve dare una risposta la Procura di Udine, che nel 2019 aveva riaperto il caso del mostro anche grazie agli elementi portati dai legali di alcune delle famiglie delle vittime, in particolare dall’avvocato Federica Tosel, che segue i parenti di Maria Luisa Bernardo e Maria Carla Bellone.
L’avvocato Tosel, nell’ambito di una collaborazione con l’emittente “Crime + Investigation” (che alla vicenda ha dedicato una mini serie andata in onda su Sky) aveva rinvenuto assieme all’ex brigadiere dei carabinieri Edi Sanson (poi diventato suo consulente tecnico) proprio i reperti in seguito affidati al Ris. Nel caso della Bernardo, il sopralluogo dell’auto in cui era avvenuta l’aggressione aveva evidenziato sul pavimento, davanti al sedile anteriore destro, «un profilattico scartocciato contenente materiale semiliquido biancastro» e, su entrambi i sedili anteriori, «alcuni capelli, di colore bruno» e «un capello biondo sul golf posto sul ripiano dietro il sedile posteriore». Nel fascicolo della Bellone era stato invece trovato un mozzicone di sigaretta.
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Il ritrovamento del Dna, come è noto, non conduce direttamente a una persona. Non esiste una banca del Dna con cui confrontare un profilo. Gli inquirenti devono trovare uno o più sospettati e poi analizzare i Dna. Solo trovando queste coincidenze si potrebbe forse fare chiarezza sulla lunga scia di delitti che sconvolse il Friuli dal 1971 al 1989. Tredici donne, molte delle quali prostitute, furono uccise. E su alcune il mostro lasciò una “firma” inconfondibile: una volta sgozzate, le donne furono squartate con un bisturi. Il taglio correva dal petto al pube senza passare per l’ombelico.
Dopo alcune riaperture del caso con relative archiviazioni, si scrive ora un nuovo capitolo della vicenda.
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