Il vangelo laico dei Papu: 37 anni di pordenonesità tra don Lozer, Lino Zanussi e la cura della risata
Il duo comico si confessa nel forum del Messaggero Veneto alla vigilia dell'uscita del libro “Una risata ci seppellirà”. Dall'archeologia di Ötzi alle fatiche dei minatori in Belgio, Andrea Appi e Ramiro Besa rivelano i segreti di un linguaggio colto che non fa sconti ai potenti: «La coerenza nel comico deve essere totale»

I numeri iniziano a darli subito: se chiedete loro quanti spettacoli hanno fatto in 37 anni di carriera assieme, non se ne esce. E nei numeri che danno e fanno i Papu – al secolo Andrea Appi e Ramiro Besa – si ride, anche quando sono improvvisati e senza testo e così è stato anche nel forum del Messaggero Veneto, dove hanno ricostruito i nove spettacoli contenuti nel libro “Una risata ci seppellirà” (Edizioni biblioteca dell’immagine), in uscita questa settimana. Una gioia anche per chi ha corretto le bozze, tra risate e commozione.
Cosa avete pensato leggendo le bozze del libro?
Ramiro: «Ma abbiamo fatto davvero questo? La cosa bella è che, pur lavorando su commissione, abbiamo sempre avuto la nostra libertà».
Andrea: «Rileggendo mi viene da dire che siamo stati bravi a ridere su tutto».
Come sono nati i vostri spettacoli, come riuscite a coniugare la serietà degli argomenti con la leggerezza del format?
Andrea. «Per Zanussi abbiamo frequentato tutti i veci, i senior. E c’era uno di loro che, ogni qual volta si nominava Lino Zanussi, si faceva il segno della croce».
Ramiro. «Poi siamo stati qui in stabilimento, a Susegana e abbiamo letto libri. E per Lozer abbiamo dialogato con il professor Fabio Metz. Il professore nello spettacolo si ispira a lui».
Il primo spettacolo di successo è stato proprio quello su don Lozer. Come è avvenuto questo incontro insolito?
Andrea. «Dobbiamo dar atto a don Giosuè Tosoni che è stato il primo a contattarci per don Lozer».
Ramiro. «Anzi no, Francesco Rosset che vendeva pubblicità nelle tv ed è stato uno dei fondatori delle prime tv private. A Telefriuli un giorno ci aveva chiamato: “G’ho da stropar un buso, fasemo un cruciverbone”. E invece gli abbiamo proposto noi una cosa che ci piaceva»
Andrea. «Là è nata la striscia quotidiana con il conte e altri personaggi. Poi Francesco Rosset finisce alla corte di don Giosuè e, per i 40 anni della morte di don Lozer, ha così pensato: facciamo fare uno spettacolo ai Papu. E don Giosuè ha detto sì.
Forse don Giosuè non aveva capito a cosa sarebbe andato incontro?
Ramiro: «Lo aveva capito invece, tanto che ci ha chiesto ora di fare uno spettacolo su San Francesco. Con don Lozer abbiamo capito che potevano raccontare la storia di un personaggio senza snaturarci e snaturarlo».
Andrea: «Ci stiamo lavorando, sarà pronto a breve»
Conoscevate don Lozer prima di approcciare la sua figura?
Andrea: «Sì la piazza... piazza don Lozer».
Ramiro: «Mio zio è andato alla scuola Lozer...In realtà un po' sì, perché era di Budoia come me. Però non avevo capito che fosse state così importante per il territorio».
Voi siete riusciti a raccontare la grandezza di un personaggio, da don Lozer a Lino Zanussi al Beato Odorico, senza fare sconti, senza essere celebrativi. È merito del linguaggio comico?
Ramiro: «Questo è un difetto, che poi è il pregio del comico, non puoi scherzare su cose false. Se vuoi far ridere la coerenza deve essere totale».
Andrea. «Infatti ora che il don ci ha richiamato dicendoci “ho una proposta indecente per voi”, gli ho chiesto: a dei laici anticlericali come noi chiedi di fare San Francesco? E lui in risposta ci ha consegnato il libro di Javier Cercas, anche lui laico e anticlericale, che è stato in viaggio con papa Francesco. È proprio dal contrasto che nascono queste cose».
Un taglio di realismo che esce anche nella raffigurazione di Zanussi, anche se sembra che voi siate più che dalla parte degli operai che del direttore...
Ramiro: «Ho difficoltà a stare col più forte, io sono sempre dalla parte degli indiani, degli ultimi».
Andrea: «Si però tifi Inter, come la mettiamo?».
Ramiro: «La sofferenza che abbiamo noi interisti dentro, sempre e comunque, non ce l’ha nessuno»
Andrea: « Anche gli udinesi sono abituati a soffrire...»
Che idea vi siete fatti di Lino Zanussi?
Andrea: «Quel boom economico lo puoi trovare solo in quel frangente storico là, ma imprenditori bravi come Zanussi li trovi anche oggi. Poi lui era un ottimo venditore: vendeva le stufe a gas ancora prima di costruirle».
Ramiro: «E poi aveva la capacità di scegliere le persone giuste. Tranne il pilota dell’aereo...»
Vi siete cimentati anche con il Beato Odorico, come è andata?
Ramiro: «Qui il progetto è stato più lungo, partito con un gruppo di teatro con i ragazzi del Mattiussi. Abbiamo fatto uno spettacolo con gli studenti al termine, nel 2018, e poi uno nostro. Avere a che fare coi ragazzi è sempre bello. Quella volta hanno lavorato anche sulla grafica del logo».
Sempre tra sacro e profano...
Andrea: «Perché si può ridere su tutto anche sulle cose che dovrebbero essere serie. A nostra discolpa, nello spettacolo che facciamo sulla sicurezza, diciamo che sappiamo che non si può ridere su tutto, però ci si può provare».
Ramiro: «Infatti abbiamo fatto anche Ötzi, per Luca Marigliano, raccontando il ritrovamento. Siamo partiti dall’archeologia, ma in realtà raccontiamo una storia che va bene a tutti».
Andrea: «A noi interessava raccontare la storia della scoperta, non tanto la scoperta».
E i penultimi?
Ramiro: «Ci chiamò il Comune di Prata per l’anniversario del museo. Per costruire la storia dei minatori passammo molto tempo con uno di loro: 92 anni, era stato minatore in Belgio. Era stato bravo in bicicletta e ci raccontava che il sabato e la domenica per correre guadagnava più che in una settimana di lavoro. Gli avevano chiesto di diventare un professionista, ma lui: “Correre in bicicletta non è un lavoro”. Un altro mondo».
Cosa resta della Pordenone che avete raccontato? Delle radici trovate in queste storie?
Ramiro: «Ho sempre considerato Pordenone una terra di mezzo. La sua identità è nell’essere un po’ di qua e un po’ di là, non siamo mai fermi. Per i friulani siamo veneti, ma per i veneti siamo friulani. Cosa resta non so, siamo sempre più mescolati: ma Pordenone è nata così».
Andrea: «Questo libero vuol essere un po’ un quadro della pordenonesità. Ma il mondo nel frattempo è cambiato. Fino alla seconda guerra mondiale era Medioevo: quella generazione nata nella miseria oggi si raffronta con l’intelligenza artificiale per cui è difficile dire cosa è rimasto».
Ramiro: «Però è bello sapere da dove arriviamo».
Andrea: «Forse è rimasto il carattere: quello di don Lozer, quello di Lino Zanussi che dava la pacca sulla spalla al lavoratore, ma gli stava sotto perché facesse le cose in un certo modo».
Uomini che sono stati un esempio: voi vi sentite tali?
Andrea: «Facendo quello che facciamo forse».
Ramiro: «Ho difficoltà a parcheggiare male perché se qualcuno vede che sono io che parcheggio così non sono un esempio. Tendo ad attraversare sulle strisce pedonali perché so, nel mio piccolo, di essere riconosciuto. Mi è capitato da Follador che mi abbiano dato il resto sbagliato. Cinque euro in più...Ci ho anche pensato, perché sono cinque euro e noi siamo artisti, quindi non abbiamo una pensione davanti. Ma sono tornato indietro e li ho restituiti. Chi era là mi ha detto: “Questo ti fa onore”. Sono piccole cose, ma permettono a tutti di essere un esempio».
Rinunciate mai a proposte?
Andrea: «Ogni tanto capita, ci era stata proposta una pubblicità dell’acqua pura, non eravamo convinti. Le pubblicità stentiamo a farle».
Ramiro: «A Colorado avremo potuto fare le telepromozioni, ma abbiamo preferito non farlo».
E tra di voi siete mai in disaccordo?
Andrea: «Capita, ma si trova la sintesi: è sempre più forte quello andiamo a fare».
Ramiro: «Troviamo una mediazione».
Chi è più bravo a mediare?
Andrea:«Se uno risponde alla domanda ha già sbagliato».
Ramiro: «La nostra fortuna è poter fare quello che ci piace».
Riuscite a far ridere senza volgarità, come ci riuscite?
Andrea «La lingua va usata in base a quello che dici. Se uno fa la guerra non puoi dire che è un maleducato, devi dire che è una testa di c...».
Ramiro: «La volgarità è nell’animo degli uomini. Noi abbiamo la fortuna che se una cosa fa ridere noi, fa ridere anche gli altri».
Andrea: «Poi ci sono frasi che sono un mistero: fanno ridere gli altri e non noi».
Ramiro: «La cosa più bella è quando ridono in una pausa. Quando ci riesce è proprio bello».
Cosa vi dà più soddisfazione?
Ramiro: «La nostra fortuna è l’applauso e dovremo imparare a farne di più tutti nella vita. Invece siamo tutti pronti alla critica. Invece l’applauso il complimento di ti dà una grande soddisfazione».
Andrea: «La cosa più importante è avere qualcuno nella vita che ti dica bravo e grazie. E questo è a costo zero».
E allora grazie Papu, di cuore.
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