Morto l’architetto Donadon, progettista dell’ospedale

A lui si devono anche il primo teatro Verdi e i Magazzini del Lavoratore. Aveva 94 anni. I funerali saranno celebrati venerdì 26 ottobre nel duomo di San Marco

PORDENONE. Ha spiccato l’ultimo volo tra le braccia dei suoi cari. Giovanni “Nino” Donadon, il primo architetto di Pordenone, si è spento a 94 anni. Studi liceali, laurea in Architettura a Venezia nel 1949, Donadon sarebbe voluto diventare un ingegnere aeronautico e quella passione per gli aerei gli è rimasta tutta la vita.

Sposato con Liliana Dassi, da cui ha avuto i figli Laura e Gianfranco, Donadon ha dedicato la sua vita all’architettura e alla famiglia. Da alcuni mesi non lo si vedeva più girare per la città sottobraccio alla figlia. Il fisico si è progressivamente debilitato, sino alla morte, avvenuta nella notte tra domenica e lunedì. Giovedì alle 19, in duomo, sarà recitato il rosario, mentre il funerale sarà celebrato venerdì, alle 10.30, sempre nel duomo-concattedrale di San Marco. Nonostante la sua scomparsa, resta il suo segno, quello che ha caratterizzato un’epoca di Pordenone.

Anche se ha avuto l’occasione di lavorare ovunque, Donadon è sempre rimasto legato alla sua città. «Ha avuto l’opportunità di spaziare con il suo genio anche fuori dei confini italiani, quando, in giovane età – ricorda il genero, Arnaldo Grandi –, è stato chiamato per la realizzazione del mausoleo per la figlia del Negus ad Addis Abeba, ma ha sempre fortemente voluto dedicare soprattutto a Pordenone il suo impegno con una qualità espressiva in campo architettonico e una ricchezza di produzione capaci di caratterizzare tutto un periodo dello sviluppo di questa città».

È stato Donadon, infatti, a progettare – a soli 25 anni – il primo teatro Verdi, quello rimpianto ancora da molti pordenonesi, quello che all’epoca rappresentava una netta discontinuità rispetto al Licinio. Sempre a Donadon si devono edifici come il complesso residenziale Ariston e i Magazzini del Lavoratore e soprattutto l’ospedale Santa Maria degli Angeli, quello che si sta progressivamente smantellando con la realizzazione del nuovo complesso nello stesso sito.

Resta aperta l’ipotesi di mantenere uno dei padiglioni storici (A e B), realizzati proprio dall’architetto. Per tutti questi meriti nel 2016 ha ricevuto il premio San Marco, diventando componente dell’Accademia. Cinque anni, fa, nel corso di un’intervista che precedeva una mostra a lui dedicata (“Prove di volo - Architetture per la città moderna 1948-1968”), ci disse che nella sua carriera ciò che aveva amato di più progettare erano le ville, perché i committenti gli avevano sempre lasciato una grande libertà.

Tra le più famose, villa Savio, villa Zanussi di San Quirino, villa Fadalti a Lignano. «La comunità pordenonese – prosegue Grandi – ha saputo omaggiare la sua eccellenza con due eventi di notevole rilievo, uno voluto dall’amministrazione comunale con la realizzazione di un volume monografico sulla sua attività e uno organizzato dall’Ordine degli architetti con una mostra delle sue opere: da questi riconoscimenti nasce l’impegno da parte della facoltà di Architettura dell’università di Venezia che ha ottenuto in donazione gli innumerevoli progetti dell’architetto Donadon, dedicando a lui un settore del suo archivio storico, dove la produzione può diventare materia di studio e confronto». Un lascito prezioso, che consente al segno dell’architetto pordenonese di sopravvivere alle mode e al tempo.
 

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