Morte di Matteo Pittana, i ragazzi accusati di occultamento di cadavere. La famiglia: «Non ci hanno chiesto scusa»
Rinviata a fine marzo la decisione per il nuovo filone di inchiesta: la Procura chiede il rinvio a giudizio per due 22enni di Tolmezzo accusati di occultamento di cadavere e favoreggiamento

Si è chiusa in poco più di venti minuti, nella mattinata di giovedì 11 febbraio, l’udienza preliminare davanti al gup del tribunale di Udine per il nuovo filone d’inchiesta legato alla morte di Matteo Pittana. Davanti al giudice Rossella Miele sono comparsi i due indagati, Ludovico Piva e Antonio Worge De Prato, entrambi 22enni residenti a Tolmezzo. I due si trovavano nell’auto finita nel canale Ledra nella notte del 19 febbraio 2024, dove successivamente era stato ritrovato il corpo senza vita del giovane.
Il pubblico ministero Luca Olivotto ha chiesto il rinvio a giudizio per le ipotesi di reato di soppressione o occultamento di cadavere e favoreggiamento. Alla richiesta si è associato l’avvocato Salvatore Spitaleri, legale della famiglia Pittana, costituitasi parte civile nel procedimento.
Di diverso avviso le difese dei due indagati, rappresentate dagli avvocati Giuseppe Nais e Rita Della Schiava, che hanno invece chiesto il non luogo a procedere. Il giudice si è riservato la decisione, rinviando l’udienza al prossimo 25 marzo, quando verrà sciolta la riserva sul destino processuale dei due giovani.
La famiglia di Matteo e la protesta fuori dal tribunale
Si sono riuniti fuori dal tribunale gli amici di Matteo e della famiglia Pittana per chiedere giustizia per la morte del ragazzo. Presenti anche mamma Rosita e papà Luca: «Noi chiediamo la verità, quello che abbiamo sempre chiesto». «Non è la condanna la nostra necessità – spiegano – ma sapere quello che è successo quella notte. Abbiamo bisogno di ascoltare loro due. È questo che vogliamo». Un’esigenza che va oltre l’esito giudiziario: «La verità non dalle bocche dei giudici o degli avvocati, ma dalle due persone che non si sono mai fatte vedere».
Secondo quanto riferito, il giovane conosceva da poco i due indagati. «Uno era stato a scuola con lui, l’altro penso l’avesse visto pochissime volte. Non erano amici che frequentava abitualmente. Matteo aveva altri amici, che oggi sono qui sotto il tribunale con noi, in attesa di verità e giustizia». Un altro elemento che pesa è il silenzio. «Non sono mai venuti a dirci nulla, né a chiedere scusa. Questo è quello che ci manca, è quello che vogliamo sapere di quella tragica notte».
Nel procedimento legato alla morte di Matteo Pittana, il pubblico ministero ha contestato a uno degli indagati, Antonio Worge De Prato, comportamenti specifici riportati nel capo d’imputazione. In particolare, l’avvocato della famiglia Pittana, Salvatore Spitaleri, ha fatto riferimento a quattro episodi nei quali De Prato avrebbe negato che si fosse verificato un incidente e che fosse coinvolto Matteo Pittana. Circostanze che, secondo l’impostazione accusatoria, assumono rilievo nell’economia del procedimento. Per quanto riguarda invece la posizione dell’altro indagato, Ludovico Piva, la difesa auspica che il dibattimento possa chiarire in modo completo le diverse condotte e le eventuali responsabilità individuali.
L’avvocato della difesa: «Già patteggiato per omicidio stradale»
Di ben altro parere Giuseppe Nais, avvocato di uno dei due ragazzi coinvolti nell’inchiesta. Nais si richiama all’articolo 649 del Codice di procedura penale, che recepisce il principio del ne bis in idem: la norma stabilisce che una persona già giudicata con sentenza irrevocabile per un determinato fatto non possa essere processata una seconda volta per lo stesso reato. «È un principio antico – è stato ricordato in aula – già noto ai tempi dei latini».
Nel caso specifico, la difesa evidenzia come Piva abbia già patteggiato in primo grado l’ipotesi di omicidio stradale (articolo 589-bis del Codice penale) e la relativa aggravante della fuga (articolo 589-ter). «L’ipotesi di fuga – viene sostenuto – presuppone già un comportamento volto a sottrarsi alle responsabilità».
Secondo l’impostazione difensiva, l’attuale capo d’imputazione contesterebbe un fatto sostanzialmente identico: l’essersi allontanato impedendo alle forze dell’ordine di intervenire come avrebbero dovuto. «Si tratta dello stesso fatto per il quale è già intervenuta una sentenza di patteggiamento del Tribunale di Udine», è stato sottolineato. Da qui la richiesta di non luogo a procedere, motivata con l’argomentazione che il fatto non sussiste in quanto già oggetto di giudicato. Il pubblico ministero ha invece chiesto il rinvio a giudizio.
La decisione è ora nelle mani del giudice, che si è riservato di valutare una questione definita «delicata e non usuale», destinata a richiedere un approfondimento tecnico-giuridico non ordinario.
Che cosa è successo
Il giovane gemonese, quella notte, si trovava a bordo di una Bmw 320, seduto sul sedile posteriore con le cinture allacciate. Quando l’auto finì fuori strada in via delle Turbine, andando a sbattere contro la spalletta del canale Ledra e inabissandosi, a bordo del mezzo c’erano altri due ragazzi che riuscirono a uscire dalla Bmw, mettendosi in salvo. Su quella sera restano ancora diversi punti interrogativi, a cominciare dalle ragioni che spinsero i due sopravvissuti ad allontanarsi senza chiamare aiuto e soprattutto a disinteressarsi di Pittana, rimasto sul sedile posteriore per ore.
L’autopsia rivelò che il 20enne morì sul colpo, visto che nei suoi polmoni non venne rinvenuta acqua. Proprio quest’ultimo elemento fece archiviare subito l’ipotesi di reato di omissione di soccorso per gli altri due ragazzi, Ludovico Piva, 22enne di Tolmezzo, e di Antonio Worge De Prato, entrambi 22enni residenti a Tolmezzo. A Piva, che quella notte si trovava al volante della Bmw, venne poi contestato il reato di omicidio stradale aggravato dalla fuga. Il 22enne per questa accusa ha patteggiato davanti al gup una pena di due anni e sei mesi di reclusione (pena sospesa) oltre alla revoca della patente.
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