Moroso non s’arrende alla crisi:la qualità e il marchio pagano

Dell’azienda Moroso e della sua evoluzione parlano, in questa intervista, Patrizia e Roberto Moroso, e il manager Alberto Gortani, che gestisce l’azienda da 25 anni. Si è appena chiuso il 2008, anno difficile per giudizio pressoché unanime, ma il bilancio che ne trae Moroso è migliore del previsto: «Abbiamo registrato una crescita significativa (8%) derivante dall’export, rispetto a una stabilità del mercato interno».
UDINE.
Lungo la statale Udine-Tricesimo era presente, fino a qualche decennio fa, un fiorente distretto “ante litteram” formato da decine di imprese familiari specializzate nella fabbricazione di imbottiti. Di queste, oggi ne è rimasta una sola, Moroso, un’azienda che, pur avendo assunto una dimensione cosmopolita, mantiene uno stretto legame col proprio territorio riuscendo a contemperare locale e globale, dove si parla friulano, ma si impone la conoscenza dell’inglese, dove si costruiscono divani in cui la sapiente cura artigianale del dettaglio si sposa con l’innovazione nelle forme e nel design, riuscendo così a soddisfare un mercato di target elevato che esige qualità ed eccellenza. Dell’azienda e della sua evoluzione parlano, in questa intervista, Patrizia e Roberto Moroso, figli del fondatore Agostino, e il manager Alberto Gortani, che gestisce l’azienda da 25 anni.


- Si è appena chiuso il 2008, anno difficile per giudizio pressoché unanime. Che bilancio ne trae Moroso?

«Migliore del previsto. Doveva essere un anno di consolidamento, invece abbiamo registrato una crescita significativa (8%) derivante dall’export, rispetto a una stabilità del mercato interno. I 35 milioni di fatturato, ottenuti con il concorso di 140 dipendenti, sono stati equamente distribuiti tra contract e residenziale, un buon bilanciamento anche in chiave delle future prospettive di mercato. Negli ultimi mesi del 2008 abbiamo dovuto far ricorso allo straordinario per ottemperare alle commesse».


- Quali le previsioni per il 2009?

«Se il 2008 doveva essere l’anno della stabilizzazione, il budget 2009, in forza dei progetti sviluppati e del portafoglio ordini da soddisfare, contempla una crescita di circa il 10%. Un grosso impegno alla luce di quanto sta succedendo nel mondo, che trova ragionevole conforto nella consapevolezza di essere protagonisti nel settore in cui operiamo – arredo di alto design – e di detenere un ruolo di leader. L’àmbito merceologico in cui operiamo è ristretto – siamo al vertice della piramide dell’imbottito –, ma la maturità e la notorietà del marchio, unite alla qualità del prodotto, ci mettono nelle condizioni di soddisfare ogni tipo di domanda proveniente dalla clientela. La crisi in atto, paradossalmente, può avere riflessi positivi: elimina le aziende poco strutturate e premia quelle che possono contare sulla forza del brand. Il marchio Moroso è la nostra migliore assicurazione sul futuro. Beneficiamo anche dell’ampio processo di internazionalizzazione avviato da alcuni anni, con la creazione di società satellite a New York, Londra e Singapore e con l’apertura di show-room in vari centri d’Europa, Usa, Far East ed Emirati».


- A proposito di Emirati, la Cciaa di Udine ha organizzato di recente un’importante missione commerciale a Dubai. E’ un’area in cui possono dischiudersi prospettive per le aziende friulane?

«A Dubai, Moroso è gia presente con uno show-room e un ufficio di rappresentanza. Quella degli Emirati è un’area geografica che potrà dare molte soddisfazioni. Nel prossimo decennio nasceranno intere città dal nulla, con alberghi, uffici e residenze da ammobiliare secondo criteri moderni. Vi operano i più prestigiosi architetti del mondo, che dispongono di budget consistenti da investire nell’arredo di design. Le aziende friulane possono inserirsi in tale mercato, purché siano innovative e puntino sulla qualità dei prodotti. Noi ci saremo sicuramente».


- Il “made in Italy” ha ancora potere di attrazione?


«Il made in Italy, che per noi si identifica con l’italian design, è un buon biglietto da visita, una valida apertura di credito. Ma da solo non basta. Deve essere abbinato a un forte marchio. Unendo i due fattori i risultati non mancano. In vari Paesi europei lo Stato aiuta le imprese a costruire brand di qualità. La Spagna, per esempio, che ha un “humus” di aziende su base artigianale simile all’Italia, sostiene le imprese nella costruzione dell’immagine e nello sviluppo del design. In Italia non c’è nulla di tutto ciò: ognuno deve farsi da sé».


- Il “modus operandi” di Moroso si riassume in “lavorazione artigianale su scala industriale per un mercato globale”. E’ una formula sempre valida?

«Moroso, con il suo radicamento a Cavalicco, perpetua una tradizione di artigiani tappezzieri che, nella seconda metà del secolo scorso, ha fatto di Tricesimo e dintorni un distretto simile a quello di Manzano per la sedia. Nella nostra azienda permane il rapporto sponsale tra sapienza artigianale (creatività e cura del dettaglio come in un atelier di alta moda) e gestione industriale: la finitura manuale del prodotto con bravura certosina è un valore aggiunto molto apprezzato. La formula regge ed è uno dei canali, assieme all’innovazione, che valorizzano le nostre produzioni a livello internazionale e le orientano verso un target di alta gamma, un filone in cui ricercatezza dei tessuti, qualità dei materiali e raffinatezza delle finiture - in altre parole il pezzo unico ed esclusivo - trovano giusto riconoscimento. E’ la nostra risposta al bisogno di qualità. A noi piace pure ricorrere all’alta tecnologia (vedi le sedie in plastica), ma sempre con la finalità di creare prodotti che abbiano un padre: il designer».


- Viene posta in atto la certificazione ambientale del processo produttivo?

«Abbiamo periodiche verifiche sul mantenimento degli standard di gestione ambientale e sull’utilizzo di materiali ecologici che possano essere smaltiti e riciclati in modo ecologicamente compatibile, senza generare inquinamento. Ci sono mercati – Usa e Nord Europa – dove non si entra senza certificazione ambientale. E’ un surplus che genera vantaggi competitivi».


- E’ vero che c’è chi prova a colonizzare Moroso?

«Nelle aziende che producono mobili di design i tentativi di acquisizione da parte di Finanziarie e Fondi di investimento sono all’ordine del giorno. Moroso ha sempre respinto le offerte e continua a difendere la propria creatura: siamo convinti infatti che se l’azienda finisse in altre mani cambierebbe anima e forse si avvierebbe verso il declino. Il passaggio dalla gestione familiare a quella finanziaria non ha mai riscosso successi».


- L’azienda ha in corso l’ampliamento della sede. E’ la conferma del radicamento in Friuli?

«Siamo l’unica realtà industriale rimasta sulla statale Udine-Tricesimo, zeppa di centri commerciali, concessionari d’auto e società di servizi. Il nuovo Piano particolareggiato del Comune di Tavagnacco ci consente di espanderci e di edificare la sede degli uffici e la nuova zona produzione. Cresciamo restando ancorati ai luoghi d’origine, ma aperti al mondo. Siamo il classico esempio di impresa “glocal” (globale-locale), concetto ben compendiato nel titolo che Elena Commessatti ha dato al suo libro sulla “saga” dei Moroso: Cavalicco-Friuli-Mondo».


- In tale scelta ha avuto un peso anche la secolare tradizione dei tappezzieri tricesimani come Walcher, Cosani, Tullio?

«Perpetuiamo una storia di lavoro friulano che altrimenti sfuggirebbe al ricordo. C’è un network che unisce Moroso a tanti artigiani terzisti locali, molti dei quali nati in azienda. Occupiamo parecchio personale femminile, in possesso di una non usuale abilità non solo nei lavori di cucito ma anche in quelli di tappezzeria, mansione un tempo tipicamente maschile. Esportiamo nel mondo, con i nostri prodotti, i saperi e la cultura delle nostre genti».


- Che valutazioni esprimete sulle visite che periodicamente gli studenti effettuano in azienda?

«Molto positive. I giovani sono curiosi di conoscere la vita di un’impresa, la sua organizzazione, il lavoro che vi si svolge. Da parte nostra cerchiamo di trasferire loro la passione, l’entusiasmo e il piacere di realizzarsi professionalmente. Scuola e lavoro diventano due realtà più vicine».


Abbondio Bevilacqua

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