Mizzau: crolla la prosa persi seicento abbonati

Il presidente del teatro Giovanni da Udine: «Si è rotto l’incanto col direttore» «Una stagione sbagliata, ma adesso bisogna ridimensionare tutto»

UDINE. C’è da ricominciare, pur stando ancora in scia del lascito di Cesare Lievi. Il sovrintendente del Giovanni da Udine è già lontano da qui, fisicamente e pensiamo pure moralmente, mentre gli spettacoli rimasti della stagione 2012/2013 attendono pubblico. Si spera. «Un calo troppo drastico di spettatori, 606 abbonamenti persi - ammette il presidente della Fondazione Tarcisio Mizzau - tale da costringere il cda a non rinnovare al regista l’invito a restare. Vorrei aggiustare alcune inesattezze rimbalzate ovunque. Lievi non si è licenziato e non è stato licenziato. Mandato concluso, semplice. Lui non ha chiesto di farci ancora compagnia e il consiglio d’amministrazione non ha insistito troppo. Direi per nulla. Tre consiglieri hanno votato per il no secco e io, a questo punto, mi sono accodato».

La soap opera “Quali nuove al Nuovo?”, polemiche, addii, rimpianti, ribaltamenti, attriti in un inizio anno un po’ turbolento, sta per consumare le polveri da sparo rimaste. Ormai siamo vicinissimi alla nomina del nocchiero. «Martedì prossimo - precisa Mizzau - stabiliremo i criteri dell’elezione. Entro febbraio il nome sarà svelato». Insistiamo. Magari, con la sua complicità, ci possiamo avvicinare. Un aiutino, come dicono in tv? «I cognomi, come lei ben sa, si fanno scrivere volentieri, ma non è detto siano quelli giusti».

- Presidente, parliamo subito di produzione. Si sta girando attorno al punto da quel dì. Produzione sì, produzione no, costa troppo, porta sì prestigio, ma... insomma cerchiamo di raggiungere la verità.

«Con alle spalle tre prodotti casalinghi importanti affiancati da altri che definisco minori, ma solo in quanto a budget, mi sento fiero e appagato. Questo volevamo e questo abbiamo fatto. Il vecchio e il cielo, il primo spettacolo di Lievi, ha fruttato qualche soldino, Il principe di Homburg purtroppo no».

- Le casse del Giovanni da Udine rimbombano di vuoto o al toc toc il suono è pieno?

«Lo scarseggiare di denaro non dipende certo dalla fabbrica Nuovo-Css. Tanto per dire nel 2012 sono stati ben 400 mila i contributi mancanti e nel 2013 dovremo fare a meno anche qualcosa in più di 400 mila. Tocca fare i salti mortali».

- Tipo?

«Primo: i dipendenti non si toccano, sia ben chiaro. Ridurremo le serate di accoglienza da quattro a due o al a massimo tre. E soprattutto si creereà una rete con le altre realtà teatrali regionali. L’unione fa la forza, no?».

- La fine dell’inizio . Si è detto e scritto di tutto sull’ultimo lavoro del Lievi udinese. Com’è andata?

«È stato visto da 1531 spettatori. Non pochissimi per i tempi cupi, certo, nemmeno un trionfo, però. Contesto un numero: i 680 della prima. L’avete scritto voi».

- Certo, qualcuno di attendibile ha fatto la cifra.

«Sbagliata. Erano 542. E continuo: 384 la seconda, 364 la terza serata e 241 la quarta».

- E la media stagionale?

«Onestamente non la so. Le dico che gli abbonamenti sono crollati. Seicentosei in meno rispetto all’anno scorso».

- Ci siega il perché? Si sarà fatto un’idea, no?

«Si è come rotto un patto fra la città e la prosa. Visto che la musica gira perfettamente. Lievi forse ha sbagliato stagione».

- Ha visto La Fine dell’inizio ?

«Certo. E mi è piaciuto. Molto raffinato. Persino troppo per essere apprezzato fino in fondo».

- L’ex sovrintendente, giusto per la par condicio, sostiene che con lei è difficile lavorare. Troppi no, troppi reticolati che impediscono la libertà di azione. Dice Lievi.

«I fatti lo smentiscono. I titoli delle produzioni li ha scelti lui e nessuno lo ha fermato. Tutti e tre sono finiti sul palcoscenico».

- Come pensa di ridurre il gap?

«Cercheremo di individuare la strategia più idonea, al momento sicuramente difficile da individuare».

- Da quanto tempo guida il Nuovo, Mizzau?

«Be’, ormai sono quattro anni».

- Anche con Mirabella finì male...

«Il suo regno, diciamo, coincise con l’inizio dell’abbandono. E da quel momento in poi non si è più fermato».

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