Meduno, un anno dopo i primi segni di rinascita

Chi possedeva bar o negozi sentì l'impegno di non abbandonare il paese per garantire un servizio. Alla ricostruzione si lavorò senza sosta, compresi i sabato e le domeniche

MEDUNO. Non solo la gente, ma anche chi prestava servizio a Meduno non volle lasciare il paese e tanto meno Navarons, la frazione passata alla storia per i moti risorgimentali. Il brigadiere dei carabinieri Pietro Rodano, chiese dopo il 6 maggio di trasferirsi nella caserma distrutta, mentre due dei quattro militari che avevano perso la casa non vollero allontanarsi in una sede più confortevole.

«Partire da Meduno avrebbe significato disertare» spiegò Rodano un anno dopo ai giornalisti. I terremotati vivevano l’attaccamento alla loro terra come un obbligo soprattutto se gestivano bar o negozi rimasti ancora in piedi. Era un modo per garantire i servizi a una comunità a pezzi.

Nel pordenonese quel minuto che non finiva mai, pioggia di tegole e case distrutte

Il 6 maggio 1977 gli sfollati iniziavano a rientrare dalle località balneari, il Parlamento stava approvando le leggi per la ricostruzione, ma la gente aveva fretta e anche senza norme chiare già iniziava a ricostruire.

«Siamo in un prefabbricato che per noi vecchi va benissimo, ma vorrei che i miei figli trovassero presto una vera casa in affitto» affermava Rina Poli Macor una delle tante persone che un anno prima, a Pinzano, aveva rischiato la vita nelle case Fanfani. «Ho già consolidato tutte le strutture, la casa è stata rifatta.

Lavoro da solo, aiutato spesso da parenti e amici. È un grosso sacrificio, lo faccio per i miei figli», aggiunse un pensionato, mentre il marinaio Giovanni Zambon, mai avrebbe pensato di trovare l’inferno a Cavasso Nuovo, dopo aver superato indenne le insidie del mare. «Sei volte sono andato a picco con la nave, ma il naufragio più spaventoso è stato il terremoto. Devo cominciare tutto da capo».

Un anno dopo la tragedia che colpì il Friuli questo era il clima in tutti i comuni della zona terremotata. La gente reagiva, cercava la normalità nei prefabbricati, attendeva l’approvazione delle leggi per conoscere l’entità dei contribuiti sui quali avrebbe potuto contare per aprire il cantiere.

Carpentieri e muratori, gente dalla manualità facile, erano pronti a dialogare per dar vita a una sorta di collaborazione senza precedenti. Spesso sceglievano di non appaltare alle imprese per centellinare il contributo e completare i lavori prima. I friulani lavoravano sabato e domenica, senza interruzione.

Con questo spirito iniziò la ricostruzione. Quel modello che oggi tutti ci invidiano si basò sulla forza di volontà della gente che fin dalle primissime ore si asciugò le lacrime e guardò avanti con caparbietà.

 

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