Maurensig vent’anni dopo un’altra Variante di Lunebürg

di GIAN PAOLO POLESINI
Maurensig cerca la notte per scrivere e la notte lo ricambia con gli influssi migliori. Buio e silenzio. D’altronde il noto Paolo scrittore goriziano ama defilarsi dalle verità illuminate. Eccessivamente banali. Lui predilige quelle piú ombrose. Ti fornisce da subito gli strumenti utili al primo passo, poi sembra dileguarsi lasciandoti da solo: tu e l’incalzante sovrapposizione degli eventi. Finché, da solo sempre, arrivi all’ultima pagina. Aspettati la svolta. A Maurensig piace il coup de théâtre. «L’incipit e il finale richiedono molti sforzi, spiega, non rispettarne la forza equivale a soffocare le emozioni determinanti». I vent’anni de La Variante di Lüneburg andavano onorati in qualche modo. Con un altro libro scacchistico ci sembra magnifica idea; meglio di una torta, comunque. E anche con la torta, certo. Chi muove spesso pedoni e torri conosce senz’altro Paul Morphy, il geniaccio di New Orleans. Il mitologico Fisher disse di lui: «Forse il piú grande di tutti i tempi». L’arcangelo degli scacchi, titola il freschissimo tomo Mondadori, duecento pagine (18,50 euro). E Maurensig, vecchia volpe del gioco degli strateghi, si è fatto risucchiare dalla misteriosa fine esistenza del mister, fino a viverla da voce narrante. «Come se io fossi lui, racconta, e ben poco è immaginato. Garantisco. Ho soltanto fantasticato su certe congiunzioni temporali, peraltro sostenute da avvenimenti precisi».
- Quindi, Maurensig, ha ripreso la via maestra...
«Morphy è un personaggio ipnotico. Nel ricostruirlo - visse a metà dell’Ottocento, ndr - ho affrontato un percorso non privo di fatti strani. Il ben noto caso “Staunton”, lo scacchista ritenuto il campione che mai volle affrontare il fenomeno della Louisiana, e l’abbandono inatteso del nostro eroe proprio quand’era in cima all’Everest. Misteri fitti. In parte sciolti dal fedele scudiero Edge in un libro, comunque privo di risposte a domande determinanti».
- Il cervello di Paul fu strizzato dallo psichiatra Ernest Jones...
«La psicanalisi allora si muoveva incerta e davanti a menti molto dotate se l’asciugavano con lo stesso stereotipo: asserirono che lui desiderasse la morte del padre. Nulla di piú falso».
- Immaginiamo abbia saccheggiato biblioteche e siti per impadronirsi della verità.
«Abbastanza. Con l’identica concentrazione di una partita impegnativa. Vecchi volumi, piccoli indizi, tante sospensioni che ho cercato di annullare».
- E quanto ha impiegato lo scrittore-ricercatore a dare un senso a tutto ciò?
«Non puoi rilassarti e nemmeno metterti fretta. Otto, nove mesi. L’arcangelo degli scacchi, in realtà, avrebbe dovuto uscire nel 2012. Certe storie intricate non si possono liquidare al primo passaggio di lettura. Richiedono pazienza e affetto».
- Segue una metodologia di costruzione, oppure si affida all’istinto?
«Mi adatto alla situazione. Però solitamente cerco, come dicevo, una partenza solida, concentradomi molto sul fine corsa. Nella terra di mezzo salgo e scendo, a piacere».
- Come negli scacchi. Si narra che lei sia uno forte...
«Giocavo con serietà quand’ero trentenne».
- E adesso?
«Sfido il computer».
- E lo batte?
«È imbattibile. È ugualmente stimolante».
- Chi vincerebbe fra Fisher e Morphy, in una partita impossibile?
«Credo Morphy».
- Qual è il suo stato ideale di scrittura?
«Una penna stilografica e una risma di fogli di carta. Non riesco ad abbandonare il binomio. Poi metto in bella».
- Notte o giorno?
«Mi metto sotto sempre dopo la mezzanotte. In cucina».
- Perché in cucina?
«Cosí sono a tiro di frigorifero».
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