Maria, cent’anni in solitudine: è più forte del coronavirus

La signora Minini ha sempre vissuto e lavorato da sola, ma in questo giorno non avrà né parenti né vicini. A 11 anni andò a Roma, poi in Svizzera e di nuovo in Friuli. «Me ne starò qui tranquilla, mica si può uscire» 

Per lei doveva essere una giornata speciale. Indimenticabile. I residenti nella sua via, in centro a Majano, avevano pensato di regalarle una festa a sorpresa e celebrare così un traguardo che in pochi hanno la fortuna di tagliare: cent’anni, un secolo di vita.

Lo festeggia oggi Maria Minini, nel giorno della resurrezione di Cristo, un giorno speciale che il coronavirus la costringerà a trascorrer da sola, distante da parenti e vicini che tuttavia non mancheranno di farle arrivare i propri auguri come pure il sindaco Raffaella Paladin.

Non se ne fa un gran cruccio Maria, che vive ancora sola, autonoma e dà contro al virus esponendo con orgoglio sul terrazzo di casa la bandiera italiana. «Cosa farò? Me ne starò qui tranquilla, mica si può uscire», ammonisce la signora che alle regole è sempre stata ligia.

Educata fin da piccola al rispetto e alla modestia, qualità che l’hanno accompagnata fin da quando – lasciata Sant’Eliseo all’età di appena 11 anni – prende con sé la valigia di cartone e come tanti coetanei saluta il fogolâr per andare a servizio.

È passata una vita da allora, ma di certo, oggi Maria quella cartolina la rispolvererà col pensiero, ripercorrendo un’intera esistenza, fatta di lavoro, eventi drammatici, di cura dei propri genitori anziani e poi della meritata tranquillità, nell’appartamento comprato nel post terremoto, in centro al paese, dove “Marie” è diventata la “nonna” dei tanti bambini nati nel post terremoto.

Una truppa che regolarmente faceva tappa dalla sua casa, in cerca di quelle attenzioni che i genitori, impegnati al lavoro, non sempre avevano il tempo di dare. Se ne faceva carico lei, assistendo alla partita di pallone o all’improvvisato spettacolo teatrale, pronta ad allungare una merenda quando era ora o cinquemila lire «per il gelato».

«La mia vita? Sono stata fortunata», afferma con sicurezza, incline per natura a guardare il bicchiere mezzo pieno, pur avendo trascorso momenti non sempre felici.

Del servizio a Roma ricorda: «Quando facevo il bucato dovevo stare attenta a non cadere nella vasca, per appendere la biancheria ai fili dovevo usare lo “scagnetto”. Accudivo la figlia della padrona, che era più grande di me. La accompagnavo a scuola portando la sua cartella e quella di altre bambine».

Lasciata la capitale dopo qualche anno, Maria prende servizio all’albergo Roma, a San Daniele. Nel frattempo scoppia la seconda guerra mondiale. «Se un prete non mi avesse nascosta – svela – mi avrebbero deportata».

Qualche anno dopo invece è in Svizzera, dove lavora prima in una famiglia, poi come stiratrice in una fabbrica. Non ha ancora 50 anni quando ritorna in Friuli per accudire i genitori ormai anziani.

Nel ’76 il terremoto rade al suolo la sua casa di famiglia e la costringe a passare, come tanti, un periodo nelle baracche per poi trasferirsi con la madre a Majano, in un piccolo appartamento in centro, vicino a tutto e a tutti, ideale per una donna indipendente come lei.

Morta la madre, quella casa diventa il suo regno, generosamente concesso ai bambini della via, che dalla finestra della sua cucina Maria guarda crescere, lasciare casa, seguire sogni e ambizioni. Lei è rimasta lì, in attesa, pronta a sporgersi per salutare il figliol prodigo di turno. Era ed è ancora lì oggi, in barba al virus, che nel suo caso non ha stravolto alcuna abitudine.

La consueta passeggiata di diversi chilometri che fino a qualche anno fa la impegnava quotidianamente è già stata archiviata. Oggi la signora si accontenta di curare casa e giardino e di scambiare due chiacchiere con i vicini e con i nipoti che la vanno a trovare quotidianamente.

Cosa farà oggi? Lei, che è più forte del coronavirus?

Niente di speciale a sentir lei che ha in programma di accendere la tv per ascoltare l’eucarestia celebrata da papa Francesco, quindi un pranzo leggero, un veloce riposino e poi fuori in giardino, a farsi baciare dal sole, dimentica degli acciacchi dovuti all’età, che liquida in marilenghe: «Si bute daur» e «si va indenant».

Consiglio buono in tempo di virus. Grazie Maria e tanti auguri.

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