L'ottuagenario musicista-scrittore

Alan Brusini, 83 anni, una vita divisa tra pentagramma e poesia
«Sono del 1923, ma non mi fa impressione: lo sono sempre stato, anche quando avevo 6 anni!» Così, con la leggerezza e l'ironia che ne caratterizzano i versi e le garbate escursioni memorialistiche in prosa, Alan Brusini commenta la sua situazione anagrafica. Che non è affatto... preoccupante, anzi. Agile e snello, in buona salute, ancora impegnato ai tasti della sua Olivetti Lettera 32 (collabora con la Panarie, col Pignarùl tarcentino, ma anche col nostro giornale), Brusini è l'immagine dell'ottuagenario creativo, oltre che autosufficiente («da quando sono rimasto vedovo, provvedo a me stesso: non ho bisogno di badanti!», può dichiarare con una certa soddisfazione). Ma, soprattutto, è rimasto l'ultima memoria storica della sua Tricesimo, soprattutto quella degli anni 30-40, dei villeggianti Vip che vi salivano da Udine col tram bianco: il poeta cieco Emilio Girardini (al quale lui, ancora ragazzo, faceva da accompagnatore e lettore), col fratello Giuseppe deputato e ministro, il poeta Emilio Nardini, Umberto Zanfagnini, il giornalista e scrittore Chino Ermacora, Bindo Chiurlo (tornava in vacanza da Praga, dove insegnava letteratura italiana) e il giovanissimo Renzo Valente, futuro cantore di Udine nonchè “guida” udinese di Girardini. La Tricesimo dell'architetto Berlam, di Andreina Nicoloso e di suo marito Luigi Ciceri, editore friulano di Pasolini. E quella, un po' più recente, di Tito Miotti e dei fratelli Sbuelz, uno dei quali, Roberto, è stato per molti anni sindaco della cittadina. Da Udine veniva su in bicicletta anche Afro Basaldella, per dipingere assieme a Darmo Brusini, fratello maggiore di Alan. Tutto questo, e molto di più, lo ha rivelato “Il giardino e altre storie”, la silloge recentemente pubblicata dalla Nuova Base e presentata il mese scorso in sala Aiace.


Un'opera preziosa per le testimonianze, ma anche di gradevole lettura, un libro - ha detto, illustrandolo, Maria Carminati - «che trasmette una sensazione di freschezza». Già conosciuto come poeta in friulano, Brusini si impone dunque, anche come narratore, piacevolissimo, in italiano. E questo accade dopo una vita che sembrava votata in toto alla musica! Eh, sì, perchè Alan, dopo aver cominciato a suonare la tromba con un gruppo di amici, si è dedicato allo studio e poi all'insegnamento di educazione musicale (per ben 35 anni) alle medie e alla scuola popolare serale per i complessi bandistici. Ma andiamo con ordine. Nato «in piazza, nel palazzo de Pilosio», dove papà Domenico (primo pasticcere di Tricesimo) e mamma Attilia abitavano e gestivano un'osteria-pasticceria, Alan Brusini ha frequentato l'Istituto musicale Tomadini, allora diretto dal maestro Mario Montico. E poi, dopo due corsi al Conservatorio di Venezia e uno a quello di Padova, ha potuto insegnare. Ma, a proposito di mestieri, va detto che il futuro professore ha cominciato a lavorare come aiuto pasticcere di papà (e ha contribuito anche alla conduzione “familiare” del bar Brusini, tuttora esistente, con altri gestori, di fronte al palazzo de Pilosio). «Faccio ancora - ammette oggi - qualche dolcetto per le figlie», che abitano pure a Tricesimo e la sera lo invitano a cena (a pranzo si arrangia da solo). Aveva dovuto mollare creme e pastafrolla nel 1942 quando, appena diciannovenne, era stato chiamato alle armi, con gli alpini, «sui monti dei confini orientali». Un brusco contatto con la realtà della guerriglia partigiana, concluso con il disorientamento dell'8 settembre e con il ricovero a Cividale per «un'infezione maligna» al viso. E con la fuga dall'ospedale per non finire deportato dai tedeschi. La retorica del regime, gli orrori e le miserie della guerra, il ricordo dei coetanei caduti riempiono diverse pagine del recente libro di Brusini.


Ma nelle considerazioni finali c'è una certa accettazione di questa esperienza, dura e sofferta, ma comunque formativa per la sua generazione: «Oggi, dopo oltre sessant'anni, a pensare di essere stato lassù con gli alpini per me è ancora una sorpresa: è come aprire un cassetto che si crede vuoto o pieno di cianfrusaglie e invece lo si ritrova pieno zeppo di monete antiche, oro o argento. Una fortuna che l'usura del tempo non riuscirà a sciupare». Brusini ha pubblicato il primo volume di poesie, “Mans vueidis”, edito da Risultive nel 1957, con la prefazione di Pasolini. «Pier Paolo l'avevo conosciuto a Roma l'anno prima, grazie a Ciceri. Era un uomo compitissimo. Gli avevo dato una bozza del libro, chiedendogli una presentazione. Me l'ha fatta (ha pubblicato anche alcune mie poesie sul “Belli”, rivista di opere dialettali, cui collaborava), ma il testo conteneva alcuni apprezzamenti piuttosto pesanti, oltre che ingiustificati, sulla Filologica, definita “fascista e reazionaria”. Intervenne Ciceri che, però, ottenne di togliere solo “fascista”...» Dopo altre raccolte di versi, racconti e due romanzi in marilenghe, nel 1984 ha scritto la prima opera in italiano: “Un dragone friulano nelle guerre napoleoniche”, la storia di Odorico Carnelutti, avo della nonna Attilia, che partecipò nel 1812 alla tragica campagna di Russia. In mezzo secolo di attività letteraria ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Chino Ermacora della Filologica, il San Simone (per il romanzo “I forescj”, scritto con Gian Paolo Linda), il Caterina Percoto, il Luisa Viganò, il Città di Lanciano, nonchè il premio Epifania di Tarcento nel 1973. Da una ventina d'anni Alan Brusini abita nella ex zona Vendasio, antico toponimo (oggi via Percoto), dove «c'era una fontanella famosa per la sua acqua purissima». L'elegante palazzina, progettata dall'amico architetto Vittorio Zanfagnini, non ha ascensore, ma per l'ex alpino Alan non è un problema. Anche se «hanno costruito un po' troppo», la zona conserva l'antica bellezza del vasto ronco collinare.


A due passi da lui abita il giovane poeta Pierluigi Cappello, a poco più d'un chilometro le due figlie, entrambe artiste: Attilia è insegnante di lettere, ma dipinge (sono sue le copertine di alcune opere paterne) e Carla è un'affermata cantante lirica. Entrambe sposate, hanno ciascuna una figlia quattordicenne: Francesca in settembre andrà al liceo scientifico e Margherita al classico, ma quest'ultima, come la mamma, aspira al palcoscenico: studia, infatti, (anche a Vienna) per diventare ballerina. Brusini era sposato dal 1960 con Maria Luisa Sormani, originaria di Montenero d'Istria, prematuramente mancata, per un aneurisma, nel 1994. «Madre eccezionale, grande donna», aveva appena 59 anni. A compensare in parte quella incolmabile perdita, gli restano la vicinanza e l'affetto di figlie, generi e nipoti. E la simbiosi artistica e spirituale che da sempre lo lega al fratello Darmo, classe 1910, che il 27 marzo scorso è stato festeggiato in castello per i suoi 97 anni (un terzo fratello, Alfeo, è morto nel 1942 durante la guerra in Jugoslavia). Memorabile il “ritrattino” che Alan ha dedicato a Darmo sul Messaggero Veneto per il compleanno del '94: in esso rievocava il giardino dei nobili de Pilosio (che ha dato il titolo al recente libro) dove suo fratello e Afro lavoravano davanti a giganteschi cavalletti. E lui, fanciullo, guardava incantato «teneri cieli, scorci del palazzo e l'enorme magnolia in fiore che comparivano sulle tele».

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