Lo storico: "La maestra Bice fu scambiata per spia e morì su quelle colline"

Alessandro Sabot: che ci siano state delle uccisioni è noto, ma prima d’ora non ho mai sentito parlare della cjasate

MANZANO. «Che lassù, sulle colline tra Premariacco, Manzano e Corno di Rosazzo, uccidessero era cosa nota nella zona, un dire generalizzato... “Ti fasevin clamà”, raccontano ancora oggi gli anziani del posto, in friulano. E fra quei “chiamati” ci fu anche la maestra Bice Guerrini, di Premariacco».

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Alessandro Sabot, appassionato di storia contemporanea e co-autore (assieme a Diego Lavaroni) dell’opera “Combattere per un’idea sublime e pura. Storie della Resistenza”, edita nel 2014 dall’Anpi di Manzano, aggiunge la sua voce alle tante che in questi giorni si stanno levando sul caso della presunta fossa comune nascosta, da qualche parte, sulle alture di quel lembo di terra compreso fra il Bosco Romagno e la capitale della sedia.

Lo fa per contribuire alla ricostruzione, in particolare, di un tassello di memoria popolare affiorato ma senza contorni nitidi: la vicenda, appunto, della maestra Bice, evocata da alcune persone che vivono nei pressi della Rocca Bernarda (a breve distanza in linea d’aria dalla cjasate, costruzione, oggi rudere pericolante, additata come luogo di torture e uccisioni, durante la lotta partigiana) ma, appunto, in termini generici, approssimativi.

È vero, conferma adesso Sabot: la signora Bice, insegnante elementare, fu prelevata a Premariacco e portata via, sul colle. E là fu uccisa.

«Era stata presa per una spia - ricostruisce il ricercatore -, ma in realtà non era così. Un testimone ha riferito che era una donna perbene e che la sua condanna «era stata provocata dalle denunce ingannevoli di figure che, per convenienza personale, l’accusarono ingiustamente. A parere di quell’uomo tale modalità subdola fu usata pure in altre circostanze e non sempre i tribunali partigiani seppero approfondire correttamente i capi d’imputazione e smascherare gli accusatori infami».

Così, testualmente, recita una nota riportata nel volume “Combattere per un’idea sublime e pura”. Di spie, aggiunge Sabot, indubbiamente ce n’erano negli anni della Resistenza, «professioniste o casuali, ed erano spinte dal fine di salvarsi o mettersi in buona luce di fronte alle autorità fasciste.

Ed era risaputo che le spie, lo fossero davvero o fossero semplicemente ritenute tali, venivano eliminate, con ovvi, frequenti errori di valutazione». Il punto, prosegue, è che venivano processate - si fa per dire - «con estremo pressapochismo».

Sull’ipotesi fossa comune, poi, l’autore del libro sopra citato non si sbilancia. «Per parte mia - conclude - non avevo nemmeno mai sentito parlare della cjasate, prima d’ora».

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