L’italiano e il tedesco gli angeli custodi che vegliano sulla città

Operativi dal 1846 con il nuovo orologio dei Solari di Pesariis Sono stati ribattezzati Gràdine e Balebèn o Simòn e Danèl
Di Paolo Medeossi
Udine 20 ottobre 2014. Restauro dei Mori. Operazioni di rimozione delle due statue. Copyright Foto Petrussi / Ferraro Simone
Udine 20 ottobre 2014. Restauro dei Mori. Operazioni di rimozione delle due statue. Copyright Foto Petrussi / Ferraro Simone

di PAOLO MEDEOSSI

Da 645 anni c’è un omino che batte le ore nel cielo sopra Udine. Risale al 1369 la prima sagoma, allora in legno e coperta da pelli di capra, a cui venne affidato il compito di far sentire i rintocchi sulla campana per scandire i ritmi della città. Procedure antiche, eppure ancora interessanti a giudicare dalla folla che si è raccolta ieri mattina per osservare la “calata dei Mori” dalla torre dell’orologio. Non è così frequente che i nostri “bronzi di Riace” scendano fra gli umani, per poter dare un’oliatina agli ingranaggi o aggiustare qualcosa. L’ultima volta accadde nell’ottobre del 1987 e le fotografie dell’epoca documentano pure allora la curiosità della gente. La stessa attenzione si registrò tre anni fa quando a venir giù dal cielo fu l’angelo del castello. Prima del restauro venne esposto nel museo del duomo e ci fu subito la ressa, a conferma che appena si toccano questi argomenti sale la febbre degli udinesi, affezionati come pochi ai piccoli grandi simboli del loro mondo, del loro passato. Il cuore è proprio piazza Libertà. Basta guardarla da via Cavour, lasciandosi alle spalle l’ex Upim. C’è un’armonia evidente nelle dimensioni e nella distribuzione di strutture e monumenti. Eppure l’allestimento della piazza richiese secoli, con più protagonisti e interventi. Ma il risultato è adesso quell’effetto magico che porta lo sguardo verso il castello in uno svolazzare di elementi, fra leoni di Venezia, statue, mori, fino al trionfo dell’angelo d’oro con il dito puntato e la gambetta alzata.

Se il primo orologio cittadino con uomo di legno annesso è del 1369, alla coppia si arrivò in tempi successivi, nel 1410, quando negli atti ufficiali si leggono varie indicazioni, in latino, tra cui statuae, homines, gigantes. Più tardi, attorno al 1600, saranno chiamati rispettivamente “l’italiano e il tedesco”, forse perché dalla loro posizione uno guarda all’Italia e l’altro punta invece verso la Germania oppure ancora perché riprendevano gli antichi modi per contare le ore, rispettivamente con quadrante italico diviso in 24 parti e quello teutonico a 12. In ogni caso, la voce popolare li aveva più rusticamente ribattezzati Gràdine e Balebèn oppure Simòn e Danèl. Comunque si chiamassero, i due angeli custodi di Udine (tre con quello, ufficiale, sul campanile del castello) ebbero nei secoli vita rischiosa fra fulmini, saette, incendi vari, ai quali sono sopravvissuti fino al 1721 quando per la prima volta vengono chiamati “i due Mori” seguendo la consuetudine della dominante Venezia e a imitazione di quelli celebri in piazza San Marco. Così da allora entrano nella storia udinese dialogando nel lento trascorrere del tempo con i cugini di marmo, sul terrapieno davanti a loro, Ercole e Caco, ovvero i mitici Florean e Venturin, unici scampati alla distruzione del palazzo fatto demolire nella attuale piazza XX settembre per indegnità del proprietario, il conte Lucio della Torre.

I due Mori scesi ieri dal cielo sono operativi esattamente dal 1846 quando i Solari di Pesariis fornirono il nuovo orologio e il Comune decise di dotarsi pure di sagome più scattanti e moderne. Furono realizzate in lamiera di rame, e con i pezzi uniti mediante viti di ottone, da Angelo Rossetti e Olimpio Cischiutti su disegno del gemonese Vincenzo Luccardi, uno scultore che ha lasciato un forte segno attraverso tante opere a Udine e in Friuli (suo è anche lo straordinario Ajace). Tra le note biografiche annovera una lunga amicizia con Giuseppe Verdi, che conobbe a Venezia in occasione dell’allestimento dell’opera “I due foscari”. Esiste anzi un divertente e curioso carteggio fra i due, che sarebbe interessante riscoprire.

Da 168 anni dunque la torre dell’orologio ha l’aspetto che vediamo oggi. Quasi un piccolo miracolo in quanto non è stato facile superare le minacce succedutesi nei decenni, non solo di tipo atmosferico. Dopo la rotta di Caporetto, per esempio, gli austriaci requisirono tutte le campane in Friuli, ma lasciarono intatta quella lì perché difficilmente raggiungibile. Invece durante la seconda guerra mondiale due bombe alleate arrivarono vicinissime ai mori, che tremarono, ma non cedettero. Come è sempre avvenuto in seguito, terremoto del 1976 compreso, arrivando ora fino a noi, testimoni integri di vicende alle quali Udine resta affezionata. Un viaggio, il loro, raccontato nel libro “Chel tic e toc” scritto nel 2004 da Paolo Lodolo, figlio di Bruno “Orloi”, l’artigiano che per mezzo secolo è stato il medico e il badante dell’orologio più udinese che ci sia. Quando si fermano per un guasto le lancette, parte subito una raffica di proteste e di telefonate al Comune, ma si vuol bene alla città anche così. E adesso allora tutti ad ammirare i Mori da vicino, durante il restauro. Sapranno stupirci come sempre.

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