«Lisa è morta per salvaguardare la figlia»

BASILIANO. «Vincenzo Manduca è un uomo che non chiedeva altro che fare il padre. E per questo ha lottato due lunghi anni, continuando ad avere fiducia, con la coerenza che lo contraddistingue, nelle forze dell’ordine alle quali si è sempre rivolto e a dispetto dei frequenti “no” con cui Lisa rispondeva alle sue richieste.
Purtroppo, il giorno della tragedia - era il 7 dicembre del 2012, ndr - ha gettato la spugna. Proprio nel momento in cui il provvedimento del tribunale dei minori di Trieste gli aveva dato il primo vero spiraglio di vedersi riconosciuto il suo diritto di visita alla bambina, è scattata la molla che gli ha fatto perdere la testa. Non aveva capito che le cose stavano finalmente volgendo al meglio e ha interpretato quell’atto come l’ennesima ingiustizia».
L’arringa dell’avvocato Manuela Pasut, che difende il macellaio forlivese di 27 anni reo confesso dell’omicidio di Lisa Puzzoli, 22 anni, sua ex fidanzata e madre della loro bimba, è durata un’ora e mezza. Ma all’udienza di ieri, l’ultima prima della sentenza attesa per oggi, Manduca non c’era: a sorpresa, in mattina ha comunicato dal carcere di avere rinunciato a comparire.
È la prima volta che succede dall’inizio del processo. Ed è una decisione che ha lasciato disorientati gli stessi legali di parte civile. «Spiace non sia venuto - ha detto l’avvocato Enrica Lucchin -. Avrei voluto che ascoltasse, perchè erano cose rivolte a lui, oltre che alla corte».
Il posto di Manduca vuoto. Non sono ancora le nove, quando, davanti al tribunale di Udine, un drappello di persone inscena una breve manifestazione di solidarietà. Lo striscione con cui parenti e amici di Lisa si sono presentati recita semplicemente “Tutte le vittime hanno pari dignità”.
Allo scoccare dell’ora fissata per l’inizio dell’udienza, il gruppetto lascia il lenzuolo in bella mostra e sale al primo piano del Palazzo di Giustizia. In aula, accanto al posto vuoto dell’imputato, ci sono gli avvocati Pasut e Andrea Coluccia, consulente della difesa.
Alle loro spalle, silenziosi e provati, i genitori della vittima, Maurizio e Mariella, e il fratello Luca. Tocca proprio ai loro legali riaprire la discussione, interrotta lunedì con la richiesta di condanna all’ergastolo formulata dal pm Marco Panzeri.
Le parti civili: la giusta pena. «Quello che avete visto - ha detto l’avvocato Lucchin rivolgendosi alla Corte d’assise - è un soggetto incapace di pentimento e di assumersi responsabilità. La colpa è sempre degli altri: di Lisa, dei suoi familiari, dei servizi sociali, dei giudici, degli avvocati, dei carabinieri. Nulla è a lui imputabile».
Ecco il ritratto che di Manduca e della sua «strategia finalizzata a dimostrare al giudice la cattiveria di Lisa» il legale ha dato, nelle oltre due ore di appassionata arringa.
Eppure, tra querele per lesioni e stalking archiviate (tre su quattro) e una richiesta di divieto di avvicinamento rimasta senza risposta, durante e dopo la loro tormentata relazione, Manduca avrebbe beneficiato di un certo vantaggio.
«Sono stati tutti “puntelli” - ha detto Lucchin - che hanno cementificato le sue convizioni». E se, nonostante tutto, Lisa continuò a cercarlo, chiamandolo anche per il compleanno, è solo perchè «gli voleva ancora bene, doveva elaborare il lutto e accettare che la persona che aveva amato l’avesse trattata così male e sperava di mantenerlo come amico». Non meno toccante l’intervento del collega Valentino Tornaboni.
«Luca ha assistito all’omicidio di sua sorella - ha detto - e non potrà rimuovere quel senso d’impotenza e irreparabilità che è rimasto cristallizzato nell’urlo di dolore che abbiamo sentito in aula, ascoltando la registrazione in diretta della morte di Lisa. Si è tolto il giubbotto per avvolgerne il cadavere e, da allora, non l’ha più pulito, continuando a indossarlo».
Accorato anche l’appello finale. «Lisa è morta per salvaguardare sua figlia - ha detto Lucchin -. Ora sapete cosa ha vissuto in quei due anni. E noi chiediamo solo che sia applicata la pena ritenuta di giustizia».
Nessuna premeditazione. Dati per certi il fatto storico dell’omicidio e la condanna dell’assassino, la difesa ha giocato tutto sulla modulazione tra aggravanti (quella della premeditazione, contestata dal pm e sufficiente a infliggere il carcere a vita) e attenuanti (le generiche e la provocazione).
«La verità sta sempre nel mezzo - ha detto l’avvocato Pasut -. Vi invito a valutare la congruità della condanna con ciò che Manduca ha dovuto passare. La legge prevede un minimo e un massimo della pena. E una recente Cassazione indica nella premeditazione “l’unicità del disegno criminoso da quando l’impulso omicida parte a quando si realizza. Senza interruzioni, nè ripensamenti”. Nel viaggio da Forlì a Villaorba di Basiliano, invece, Manduca dimostrò che l’intento era solo di spaventarla. Solo a me fece ben 16 telefonate: cercava una soluzione alternativa. E quando scese dall’auto, non aveva il coltello. È la registrazione di quei momenti a provarlo: fu solo quando sentì Lisa avvicinarsi, che riaprì lo sportello e lo prese».
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