«Lei ricorda ancora il mio nome e allora io so di essere a casa»

Il racconto della vita quotidiana di una figlia accanto alla madre malata di Alzheimer

Mentre osservavo di nascosto mia madre, percepivo dallo sguardo la sua lotta. Tentava di aggrapparsi alla vita, quella di prima, piena e affollata di ricordi. Ma tutto le stava sfuggendo, e lei si stava perdendo. E mentre mia madre perdeva i suoi ricordi io mi preparavo a dire addio alla mia vita da ragazza.

Un tempo che è stato dilatato oltre misura grazie a lei. Anche lei si attaccava disperatamente al suo ruolo di madre, come io a quello di figlia. Ogni giorno mamma si allontanava da noi, e da se stessa. Mi chiedevo se esistesse una malattia più feroce.

E quando portai mamma al Centro della Memoria del Gemelli, capii che non era ammessa quella domanda. Ma che dovevo iniziare il percorso di consapevolezza come tutte le persone in quella sala di aspetto. Ci spiegarono che mamma era malata da tempo, da molto prima che ce ne rendessimo conto.

E che era normale visto che le persone come lei, colte e attive intellettualmente, riescono a lungo a compensare le mancanze. Una pillola avrebbe aiutato a rallentare il processo. Forse.

Dovevamo organizzare una nuova vita per tutti noi. Ci dicevano che è difficile convivere con un malato di Alzheimer. Ma io volevo che mamma rimanesse a casa sua, circondata dai suoi affetti, dalle sue cose, dal suo giardino.

Avevo iniziato senza esserne consapevole una guerra contro il nemico subdolo e maligno. E poiché sono competitiva non avevo intenzione di arrendermi. Gli avrei dato filo da torcere. Capii presto che una carezza, un sorriso, un bacio,sono un ottimo antidoto.

Lei sorrideva e ricambiava, svelando ancora la vecchia sé. Era inutile cercare di trattenerla nel nostro mondo. Più facile un incontro a metà strada, fare un passo verso quella dimensione sconosciuta. D’estate al mare la trovai che cercava di fare una telefonata. «Mamma chi chiami?».

«Sto invitando gli Ajello al mio compleanno». I suoi amici erano morti qualche mese prima. «Mamma ma sono morti all’inizio di questa estate…» Lei recepì la notizia. Ma continuò a sfogliare la rubrica. «Mamma?». «Sto chiamando la nonna».

Le dissi bruscamente: «è morta nel 1979!». Niente da fare. «Mamma che fai?» Alzò lo sguardo verso di me, con i suoi occhi verdi che lanciavano scintille. «Sto chiamando il portiere. O è morto anche lui? Secondo te sono morti tutti…». A quel punto il groppo alla gola si sciolse in una risata. Sorridevo. Sì, nonostante tutto. E in quel momento preciso ho iniziato ad accettare la malattia.

Mi arrendevo. Sono passati cinque anni da allora. Ci sono stati alti e bassi. Anche bassissimi. Ma le nostre vite hanno trovato un nuovo equilibrio. Anche i miei ragazzi hanno accettato la «nuova» nonna adeguandosi al nuovo linguaggio fatto di suoni . In mezzo ai quali ogni tanto esce una frase compiuta. «Non mi va» lo sa dire benissimo. E anche «basta».

Mia madre anche nella malattia non ha nessuna intenzione di essere badata e la sua missione è una sola: cacciare Cinzia, l’affettuosa badante. Perché – mi hanno spiegato gli esperti – uno dei sintomi della malattia è l’aggressività che i malati sfogano contro chi si occupa di loro.

Ho passato ore a studiare la malattia sui libri, su internet. E quanto all’inizio mi arrabbiavo per ogni cambiamento nel comportamento o nella capacità intellettiva di mamma, oggi mi entusiasmo per ogni piccolo successo. La tratteniamo nel mondo. E affolliamo la sua casa.

Ci sono anche tre gatti e due cani. Mamma li osserva, li accarezza. Anche se non come quando era «sana». Ma questa malattia ti insegna l’arte di accontentarti. Ecco, voi vi chiederete dove è la buona notizia in una malattia come l’Alzheimer. Visto che la cura è impossibile. E il decorso orribile.

Guarire non è un’opzione, ma si può continuare a vivere in maniera dignitosa e serena, almeno nelle forme meno aggressive. Quando torno a casa dopo qualche giorno cerco il sorriso di mamma, ansiosa di sapere se mi ha riconosciuta.

E quando dice: «Maria» allargando le braccia allora so di essere a casa. E che anche lei è li con me. L’Alzheimer non ha vinto. Almeno non ancora. E questa per me è la buona notizia. —

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