"Lei ha pochi giorni di vita". Poi a Udine avviene il miracolo

Claudia Camarda guarita da un tumore ai limiti dell’operabilità. In Sudafrica, dove vive, e in altri Paesi non le davano speranze

UDINE. Un campo di girasoli. Ecco cosa c’era negli occhi di Claudia Camarda mentre, sotto anestesia, l’equipe chirurgica dell’Azienda ospedaliero sanitaria universitaria integrata di Udine la liberava dal male che le aveva divorato un’orbita oculare; male pronto a portarsela via. Quasi diciassette ore d’intervento: «Sono entrata piena di speranza, sono uscita con un futuro», ha raccontato ai familiari.

È una storia bella non soltanto per il suo lieto fine quella che racconta la rinascita di Claudia, agente di viaggio di 59 anni – l’ultima candelina è stata spenta qualche settimana fa, dopo il rientro a casa nella tenuta di Chiusi dove, prima del miracolo udinese, tutto aveva assunto i toni del lutto quotidiano –, guarita da un tumore ai limiti dell’operabilità.

Con la sua esperienza, a parlare sono anche i progressi della medicina, l’eccellenza raggiunta dalla chirurgia specializzata friulana, tanto più quando abbinata all’utilizzo di tecniche innovative, e l’approccio sempre più empatico che, pure in ospedale, pazienti e famiglie riescono a stabilire con il personale sanitario.

Non è un caso, se la famiglia Camarda ha deciso di scrivere alla direzione del “Santa Maria della Misericordia” una lettera colma di riconoscenza e stima e se il merito di avere progettato e affrontato con successo ciò che i chirurghi di mezzo mondo avevano giudicato impossibile è proprio di due tra i professionisti più apprezzati nei rispettivi ambiti di competenza, dentro e fuori regione, i professori Miran Skrap, direttore della Soc di Neurochirurgia, e Massimo Robiony, direttore della Clinica di Chirurgia maxillo facciale.

L’intervento risale al 7 marzo scorso e i margini per dichiararlo riuscito, a quasi quattro mesi di distanza, ci sono tutti. Tumore neuroendocrino rinosinusale: quando le fu diagnosticato, un paio di anni fa, Claudia abitava ancora in Sudafrica. L’intervento per la sua asportazione e la serie di cicli di radio e chemioterapia cui si era sottoposta non erano bastati a neutralizzarlo. A metà 2016, la malattia si era ripresentata in una forma ancora più aggressiva, sviluppandosi attorno all’orbita oculare destra e avvolgendo l’arteria carotide. Secondo i medici, di fronte a un quadro tanto disperato, non c’era terapia che valesse la pena tentare.

Il momento più buio era arrivato a dicembre. Quasi un punto di non ritorno, stando alle infauste previsioni dei sanitari sudafricani, che non avevano esitato a indicare in un minimo di due e un massimo di otto le settimane residue di vita di Claudia. Non che la famiglia non avesse tentato strade alternative.

Tutte le strutture sanitarie specializzate contattate nel frattempo tra l’Italia, l’Australia, la Germania, gli Stati Uniti d’America e Israele, però, avevano lasciato sospesa qualsiasi aspettativa. La svolta era arrivata a gennaio, quando da Udine il professor Skrapt, cui pure era stato sottoposto il caso, aveva inviato una risposta di segno finalmente opposto. Insieme con il collega Robiony, avrebbe operato Claudia. L’entervento, seppure rischioso, si poteva fare. E così è stato.

Ed è qui, tra i reparti e le sale operatorie della palazzina delle Chirurgie, che inizia la seconda storia. Un’epopea della sanità che funziona e che ha fatto dell’umanizzazione in corsia un imperativo professionale. La novità, in quello che è stato a tutti gli effetti un intervento di elevata complessità, risiede nella fase preliminare: un sistema di progettazione pre-operatoria virtuale, che ha permesso all’équipe composta da specialisti del reparto di Neurochirurgia e della clinica universitaria di Chirurgia maxillo facciale di ricostruire il tumore con una stampa 3d. Il team, in questo modo, ha potuto prepararsi all’intervento, tenendo in mano una sorta di calco della parte malata, studiandolo e prevedendo ogni singola fase dell’operazione.

«Abbiamo vissuto senza apprensione il tempo trascorso fuori dalla sala operatoria – racconta la sorella Maria –. Insieme con mio fratello Marco, a tutti i cugini e nipoti e al resto dei parenti (una famiglia molto affiatata e impegnata e che da sempre vive tra il Sudafrica, il Texas, la Cina e Roma, ndr), eravamo stati preparati: conoscevamo già ogni singolo passaggio dell’intervento e questo ci aveva tranquillizzati». Il resto è cronaca di abbracci, sorrisi e lacrime di gioia. Ed è anche un messaggio di speranza.
 

Argomenti:sanità

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto