Le mie ragioni

Dibattito
Alle volte si può trovare più ricchezza in un singolo atto politico, che in una raffinata e colta rappresentazione intellettuale. Infatti, mentre il primo racchiude sempre le possibilità essenziali del secondo; il secondo, invece, non garantisce necessariamente l'esistenza del primo. Val quindi la pena soffermarsi analiticamente su ciò che si è espresso volontariamente.

Perché il lavoro ci può offrire una tal quantità d'informazioni, da soddisfare anche le più esigenti e imperiose umane curiosità.


Una decisione sortisce sempre da una fittissima rete di competenze e conoscenze, ma anche da una simmetrica ragnatela d'abbondante ignoranza. A riflettere, infatti, si decide perché costantemente retti da queste due inossidabili realtà mentali. L'azione si genera sempre dalla strana fecondazione tra due contrapposte categorie. Che si voglia o no, le due parti fan essere e decisioni e mosse, e scelte e atti. L'analisi che, come si sa, giunge ad azioni compiute, si propone invece di svelare anche ciò che resta nascosto o che si coagula troppo in fretta in una perentoria affermazione o in una fredda, arcigna negazione.

Vengo alla cosa. In queste settimane si sta consumando, in un rito classico, una contrapposizione esemplare tra due parti indiscutibilmente sproporzionate. Da un lato la gigantesca forza territoriale, dall'altro la minuscola ragione di chi, per naturalità, astrae comunque dal reale. Avete capito bene, ai miei occhi la bilancia sentenzia così. Quindi, in sintesi, da un lato il no, dall'altro il sì. Ma, nella paradossale condizione delle cose, si ha la sensazione che il mondo si stia quasi capovolgendo e che stranamente il minore sovrasti il maggiore. Che l'astratto beva il reale. Che il meno prevalga sul più. Che il brutto illumini il bello.

Un cementificio da ottanta milioni di euro (160 miliardi di vecchie lire). Un cementificio che, per dimensioni, si mette, ridendosela, tutti gli altri esempi regionali in tasca. Pensate, una «Produzione ad alto valore aggiunto». Così si è espressa Assindustria. Non sapendo nemmeno decifrare il senso di quel che disinvoltamente afferma. Semmai, se proprio vogliamo, siamo invece di fronte a un caso di merce miserrima. Esempio d'emblematica povertà. Il cemento non è certo un prodotto da invidiabile lavorazione intellettuale. Ma allora a chi raccontarla? Basterebbe consultare un bignami, un libricino d'economia. Non si pretende certo lo studio di A. Smith o di K. Marx, ma almeno sapere il significato di ciò che si dice e si utilizza.


L'assunto da cui parte il sì ha un vizio d'origine che non può passare di certo inosservato. Per quanto obietteranno, nessuno potrà cancellare il resoconto del Via con dodici (12) giudizi negativi su quindici (15) complessivamente richiesti e attentamente vagliati, esaminati e scritti all'inizio di febbraio di quest'anno. Qualcuno dovrà dar ragione di un viraggio quanto meno indelicato. Un viraggio che prende le mosse da due inconsistenti relazioncine confezionate all'occorrenza, qualche settimana dopo il primo impietoso documento regionale. Forse si tratta di una scienza nuova?, di una matematica che muta se stessa al vibrar del tempo?, o di un rigore che, supinamente, chissà per quale strana malattia, svigorisce all'incanto? Vedremo. Per ora, però, l'oscurità alimenta ancora l'imprescindibile categoria che s'industria a ignorare. Poi...

Zona industriale; vero. Libera; giusto. Disponibile; esatto. Quindi...? (Sequenza razionale reggente il sì). Quindi, utilizzabile per chi la richiede ed è in regola con le norme. Logica formale, logica astratta, logica vuota.


Zona individuata dalla direttiva Severo; vero. Inquinata; giusto. Delicatissima; esatto. Quindi...? (Sequenza razionale reggente il no). Quindi, disponibile per industria ad altissimo valore aggiunto, merce trasportabile con piccolissimi mezzi e a frequenza bassissima. Logica sostanziale, logica reale, logica piena.

Ma non vorrei contraddirmi, ed anche al no come al sì è dato sopportare il proprio serbatoio pieno d'ignoranza. Affidiamo perciò al confronto lo smascheramento delle reciproche fragilità. In fondo, è questo che si vuole. Null'altro che questo. Una bella architettura dialettica. Vale a dire una vera dimensione politica. In altri termini, tornare alla intensa, simpatica e aperta discussione. Quel dialogo che sa sempre mettere a soqquadro ogni genere di banale certezza e ogni reciproca e, purtroppo, cocciuta cecità mentale.

Chi pensa d'aver ragione dovrebbe quindi buttarsi senza indugio, giù, a capofitto, lungo il sublime dirupo razionale. Chi invece dovesse rifiutarsi, magari rifugiandosi in un chiuso e sdegnoso riserbo, manifesterebbe un'inquietante inclinazione irrazionale.


Non mi resta che un'ultima cosa: render conto dell'affermazione iniziale. «La gigantesca forza territoriale» e «La minuscola forza dell'astratto». Un confronto tra ciò che muove da un faticoso pensiero organico e ciò che cade per pura opportunità meccanica. Lo sforzo storicamente definito da una classe dirigente locale che pianifica lo sviluppo all'interno di una preciso vincolo politico: tutela ambientale; valorizzazione turistica; promozione storico archeologica; industria compatibile; logistica; agricoltura differenziata. E, dall'altro, invece, un'ispirazione affettatamente utilitaristica, un gioco, si potrebbe dire, a ridotta, circostanziata e arrendevole dimensione intellettuale. Da qui il mio “fondato” giudizio di valore.

Sarà allora maggio a svelarci il saporito teatro del confronto o ci mostrerà invece la scena in cui si contrapporranno avverse e sorde forze? Vedremo.

Consigliere regionale Ds

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