Latte straniero in tre cartoni su quattro

La denuncia nel dossier della Coldiretti presentato a Udine durante la manifestazione nazionale: in un anno hanno chiuso oltre 1.500 stalle, soprattutto in montagna
Udine 2 aprile 2016 manifestazione coldiretti © Petrussi Foto Press - Massimo Turco
Udine 2 aprile 2016 manifestazione coldiretti © Petrussi Foto Press - Massimo Turco

UDINE. Tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia sono stranieri mentre la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall’estero, ma nessuno lo sa perché non è obbligatorio riportarlo in etichetta.

È quanto emerge dal dossier Coldiretti “Quote latte: un anno dopo” presentato oggi a Udine alla giornata di mobilitazione nazionale degli allevatori.

Secondo lo studio, a fronte di una produzione nazionale di circa 110 milioni di quintali di latte, sono 85 milioni di quintali le importazioni di latte equivalente dall’estero, sotto forma di concentrati, cagliate, semilavorati e polveri per essere imbustati o trasformati industrialmente e diventare «magicamente» mozzarelle, formaggi o latte italiani, all’insaputa dei consumatori.

Si tratta di circa il 40% e, secondo Coldiretti, «c’è il rischio concreto che il latte straniero possa a breve per la prima volta superare quello tricolore».

Nell’ultimo anno - denuncia la Coldiretti - hanno addirittura superato il milione di quintali le cosiddette cagliate importate dall’estero, che ora rappresentano circa 10 milioni di quintali equivalenti di latte, pari al 10% dell’intera produzione italiana. Si tratta di prelavorati industriali che vengono soprattutto dall’Est Europa che consentono di produrre mozzarelle e formaggi di bassa qualità.

«In un momento difficile per l’economia dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti, ma anche con l’indicazione delle loro caratteristiche specifiche a partire dai sottoprodotti», ha detto il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo.

Dallo stesso dossier emerge che dalla fine delle quote latte, un anno fa, hanno chiuso in Italia almeno 1.500 stalle, la maggioranza in montagna, per effetto del crollo del prezzo pagato agli allevatori che è sceso al di sotto dei costi di alimentazione del bestiame, su valori di quindici anni fa.

Il prezzo del latte alla stalla, riferisce il dossier, sta crollando da 0,44 euro al litro nel marzo 2014 a 0,37 nel marzo 2015 ed è ora mediamente di 0,33, con punte fino a 0,30 euro in Friuli Venezia Giulia, dove si registrano le quotazioni più basse d’Italia per la pressione delle importazioni di bassa qualità.

La vita o la morte di molte stalle sopravvissute fino ad ora in Italia dipende - sostiene la Coldiretti - da almeno 5 centesimi per litro di latte che si ricavano dalla differenza tra i costi medi di produzione pari a 38-41 centesimi e i compensi attualmente riconosciuti.

Per effetto di questi pochi centesimi le stalle presenti in Italia dopo la fine delle quote latte sono scese al minimo storico di meno di 33 mila unità, rispetto alle 180 mila attive nel 1984 all’inizio del sistema delle quote.

«Quando una stalla chiude si perde un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di formaggi tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere lo spopolamento e il degrado», afferma il presidente della Coldiretti.

Secondo Moncalvo «in pericolo c’è un patrimonio culturale, ambientale ed economico del Paese», ma anche «i 120 mila posti di lavoro nell’attività di allevamento da latte che è per metà destinato ai 49 formaggi italiani a Denominazione di origine protetta (Dop), un primato a livello europeo».

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