"L’arresto che mi salvò la vita"

Andrea Valcic, l’alpino-giornalista che faceva politica, racconta come fu allontanato da Gemona prima del terremoto

UDINE. Posso raccontare questa storia perché ero una “spia”. Tale almeno risultavo nel mandato d’arresto, emesso dalla procura militare di Padova, che un accigliato capitano dei carabinieri mi presentò nel novembre del 1975 nelle camerate della caserma Goi a Gemona.

Lo spionaggio militare era la più grave delle contestazioni, le altre riguardavano scritte apparse sui muri della caserma stessa, possesso di materiale di propaganda sovversiva. Dopo una notte passata in cella di rigore, la mattina successiva fui portato al carcere di Peschiera, dove rimasi recluso per un mese, scarcerato alla fine dell’anno e trasferito al distretto militare di Verona e, poi, alla caserma “Mario Fiore” di Borgo San Dalmazzo vicino a Cuneo.

Da artigliere di montagna della “Julia”, divenni un alpino del battaglione Saluzzo della brigata Taurinense.

Tanto per completare la cronaca: per le accuse rivoltemi non subii mai un processo tanto erano inconsistenti e montate ad arte solo per allontanarmi dal Friuli dopo le manifestazioni di piazza a Udine dei “proletari in divisa” cui, per la prima volta, avevano partecipato anche tanti alpini di stanza nella regione.

Se dunque la sera del 6 maggio del 1976 non mi trovavo in caserma, anzi nella camerata della 34° Batteria Comando e Servizi, straziata dai crolli, lo devo a chi voleva “incastrarmi”. Chi aveva cercato di farmi del male, mi aveva invece salvato.

Tutto ciò restava però ancora oscuro quella mattina del 7 maggio quando uscendo per l’adunata, il capitano Fabbri, insolitamente meno burbero del solito, si avvicinò domandandomi se sapessi cosa fosse successo in Friuli.

Alla mia perplessità rispose solo con un laconico: «Il terremoto, situazione grave». Non ci arrivai subito a inquadrare la situazione. Ad aiutarmi fu la prima pagina del Corriere della Sera, che mi precipitai a leggere allo spaccio. La cartina del Friuli, con segnata, a cerchi concentrici, la vastità della zona colpita e l’ancora incerto numero delle vittime, dava comunque la certezza del disastro.

I primi tentativi per mettermi in contatto telefonico con la mia famiglia, risultarono chiaramente vani e l’angoscia di non sapere niente, cresceva di minuto in minuto, mentre le notizie che si accavallavano alla radio e in televisione non facevano che creare maggior incertezza. Si trattava dunque di prendere il primo treno a tornare a casa.

Cosa non semplice avendo a che fare con la burocrazia militare e con una linea di comando da rispettare.

Ancor di più in una caserma come la “Fiore” chiamata la “Cajenna” per sottolinearne il carattere di punizione sia per i soldati semplici che per le “penne bianche”.

Convivevano negli stessi spazi il battaglione “Susa”, un reparto operativo della Nato al comando allora del capitano Carlo Jean, divenuto poi generale, consigliere militare del presidente della Repubblica, oggi noto opinionista su questioni strategiche, e ufficiali dalle carriere “sospese” il cui unico obiettivo era non finire ancora una volta, con scelte sbagliate, nel mirino degli alti comandi.

Decisi di andare subito al sodo, saltando le gerarchie e mettendomi a rapporto con il comandante, il tenente colonnello Fagioli. Un gesto che non gli piacque molto, per un attimo pensai che volesse addirittura punirmi e consegnarmi in caserma, ottenendo in tal modo di non assumersi la responsabilità di rimandarmi in Friuli.

Non potevo più aspettare, avrei perso il treno a Torino se non fossi partito subito. Eravamo soli nel suo ufficio e gli dissi, rischiando l’insubordinazione che significava di nuovo Peschiera: «Sono l’unico alpino friulano in questo momento in Piemonte, se vuole finire sui giornali per avermi negato il permesso di andare in Friuli, sono affari suoi perché io adesso vado».

Era vero e lo sapeva. Divenne rosso in viso e mi disse che stava aspettando ordini, ma che avrebbe firmato il foglio di viaggio.

I miei commilitoni avevano già preparato tutto, la campagnola di servizio era pronta alla porta carraia, l’autista, un ragazzo di Roma che poi venne volontario nelle tendopoli, mi fece l’occhiolino: «Ti porto diretto al treno, giuro che lo prendi». Mantenne la parola.

Alla stazione di Milano, riuscii finalmente ad avere la linea con i miei. Al telefono rispose mio fratello, salito in casa per prendere delle cose, che mi rassicurò: stavano tutti bene, ma si diceva che fuori Udine fosse una tragedia.

Non dimenticherò mai più quel viaggio. I vagoni si erano man mano riempiti di gente, tante donne. Il silenzio era rotto solo dalle notizie che una radiolina a transistor trasmetteva in diretta dai luoghi del terremoto. A un certo punto dette il nome di un alpino che era stato estratto ancora vivo dalle macerie della “Goi”. Una giovane si mise a piangere silenziosamente.

Ci accorgemmo in quel momento che su quel treno eravamo tutti friulani che stavano rientrando, la gran parte ancora all’oscuro di quanto l’arrivo potesse riservare. La radiolina continuava il suo drammatico resoconto da Gemona.

Un altro alpino raccontava di come si fosse salvato perché sotto la doccia al ritorno di una marcia e non nella camerata della Batteria Comando. La mia se non fossi finito in carcere.

In un lampo la percezione netta di un manifestarsi della provvidenza nelle sue forme più incredibili, dall’altro la spinta a un impegno attivo che tenesse conto della solidarietà e non del rancore e della rivalsa.

Una scelta che si dimostrò giusta anche nei mesi successivi quando si aprirono i cantieri dell’Ana.

Agli alpini in congedo, impegnati nell’opera di ricostruzione, era stata aggiunta una quota di militari di leva volontari. Era il luglio del 1976 e, tornato a malincuore in Piemonte, presentai la mia richiesta: risultavo, ancora e pur sempre, l’unico friulano della Taurinense! Venivano opposte mille difficoltà.

Ricorsi con il comandante allo stesso metodo usato in precedenza e pur di non finire sulla stampa, mi fece partire. Destinazione il cantiere di Majano.

Neanche il tempo di disfare lo zaino e arriva l’ordine di presentarmi alla “Di Prampero” di Udine, quartier generale della “Julia” e centro logistico dei soccorsi.

Mi accoglie l’allora capitano Rolando Parisotto, vero terrore delle reclute e bersaglio di tutti i volantini antinaja, ma amato e venerato dai suoi alpini. Sappiamo entrambi chi siamo e i lati della barricata su cui stiamo. «Ho appena ricevuto un fono – mi annuncia – con cui la “Taurinense” ti chiama indietro perché la “Julia” non può tenere uno che ha mandato a Peschiera.

Io non sono di questo parere e ti propongo un accordo tra gentiluomini. Stiamo aprendo il cantiere di Vedronza che non era previsto. Mi serve qualcuno che mi aiuti nell’organizzazione e collegamenti, ma devi promettermi che non farai politica».

Gli rispondo «che tutto è politica, ma che avrei lavorato sodo per i terremotati». Fu così sancito un patto e nacque quell’amicizia, quella stima reciproca durata in tutti questi anni.

Per due mesi, ogni giorno, con la 126 Fiat donata dall’Aci, trasportai le vivande necessarie alla cucina da campo installata a Vedronza e, una volta sul posto, mattina e sera mi misi ai fornelli come aiuto cuoco.

La nuova scossa dell’11 settembre ci colse di sorpresa, mentre iniziava la cerimonia di chiusura del cantiere. I volti degli alpini che vi avevano duramente lavorato esprimevano rabbia e dolore per la consapevolezza che era tutto stato inutile, che i tetti erano nuovamente crollati e che alle famiglie friulane non restava che l’esilio, seppur temporaneo, negli alberghi e negli appartamenti di Grado e Lignano.

Era arrivato anche l’ordine di rientro per gli alpini di leva. Mi sembrava una decisione assurda, proprio ora che bisognava ricominciare. Inutile la richiesta del sindaco di Lusevera perché rimanessimo a disposizione del Comune.

Quasi una beffa poi la nuova “botta” del successivo 15 settembre. Il pullman che ci riportava a Torino usciva dalla caserma mentre, come in un’allucinazione, vedevamo i soldati saltare dalle finestre delle camerate per mettersi in salvo.

Di fronte alla cecità e ottusità delle gerarchie intendevo comunque mantenere la distinzione tra loro e le penne nere, quasi un muto omaggio a quanti non c’erano più.

Ho raccontato per Telefriuli tutte le adunate, seguito le esercitazioni della “Julia” anche in Lituania, intervistato i comandanti, scritto della grande importanza nella nascente Protezione Civile, fatto da guida nella visita ai luoghi del terremoto in occasione del trentennale.

Vado fiero del mio cappello alpino, ma non mi sono mai iscritto all’Ana. Rimpiango di aver rimosso, e non credo per l’età, nomi e volti della naja: sono tornato a Vedronza, ma mai alla “Goi”. Domani, dopo quaranta anni, mi sembra sia arrivato il momento di farlo.

Per rispetto verso i morti, a ricordo della loro e della mia gioventù.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto