L’alpinismo piange Bulfoni, aveva la montagna nel cuore

È morto a 80 anni nella sua casa di Zampis dopo una vita passata ad arrampicare Dalle cime del Friuli si era spinto fino alle Ande. Domani i funerali a Pagnacco



Una vita passata tra le montagne, ad arrampicare le cime più difficili. Un carattere umile, un’indole introversa, impegnato a godersi le imprese ad alta quota, ma provando a passare quasi inosservato. Il Friuli Venezia Giulia lo ricorda bene e sa di aver perso un volto storico dell’alpinismo. È mancato all’improvviso, a 80 anni, nella sua casa di Zampis di Pagnacco, Marcello Bulfoni, uno dei più noti alpinisti della regione.

Nato nel 1938 a Pagnacco – paese che non ha mai lasciato – dopo aver frequentato le scuole serali di disegno al Malignani, Bulfoni si era dedicato alla falegnameria. Ma dentro di lui c’era una spinta, un amore forte per la montagna. Così la prima salita in cordata fu la Medace, campanile satellite della Creta Grauzaria, nella primavera del 1959. Lo stesso anno si spinse su una parete mai percorsa da altri: la via Bulfoni-D’Eredità alla parete sud della Cima Piccola della Scala. Seguirono una cinquantina di altre prime ascensioni, ad esempio dietro alla parete nord della Torre Nuviernulis e lo spigolo nord alla Cima della Sfinge, collocate nel gruppo Sernio-Grauzaria. Amava esplorare e spaziare su altri gruppi abbandonati come il Rinaldo e le Crode dei Longerin, in Val Visdende.

La montagna gli ha regalato molte emozioni e una donna fondamentale, quella che sarebbe diventata sua moglie: Luigia, per tutti Luigina. Poi sono arrivati i figli Mattia, Dorina e Marco. «Ci ha sempre educato alla montagna – racconta Dorina –. Quando camminavamo insieme verso un rifugio, ci diceva il nome delle cime e quello delle piante, amava trasmetterci le sue conoscenze. E così ha fatto poi con i tre nipotini: ha sempre insegnato loro il rispetto per la montagna, che non perdona».

Si è spinto oltre oceano organizzando l’ascensione a 18 cime inviolate nella Cordigliera Andina, di cui una oltre i 6.000 metri. Due volte ha raggiunto il Perù, nel 1976 e nel 1979, e due il Pakistan, nel 1981 e nel 1984. Viaggi lunghissimi, senza cellulare e, dall’altra parte del mondo, una famiglia che aspettava una cartolina.

Bulfoni nel 1968 è diventato guida alpina e ha formato in seguito le giovani guide che sceglievano il mestiere. In questo contesto, oltre ad accompagnare tante persone sulle sue montagne, ha voluto consolidare con pazienza e tenacia il futuro delle giovani guide che si affacciavano alla professione negli anni Ottanta, mediante l’ottenimento della legge regionale di settore del 1984.

Prezioso è stato anche il suo apporto al Soccorso alpino, prestato per molti anni a fianco dei volontari della stazione del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico di Moggio Udinese e Pontebba. «Era altruista in modo incondizionato, aiutava tutti – lo ricorda ancora Dorina –. Ha smesso di sciare e poi arrampicare, gradualmente. Ma il tempo per le passeggiate con gli amici lo trovava, si divertivano molto».

Le imprese di Bulfoni e i suoi viaggi sono stati ricordati anche dalla comunità di Pagnacco, che lo ha celebrato con una serata speciale.

Marcello Bulfoni lascia la moglie Luigia, i figli Mattia, Dorina e Marco e tre nipotini. Il funerale sarà celebrato domani, alle 15, nella chiesa di Pagnacco. —



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