La vita rischiosa dell’Angelo fra fulmini e proiettili

Nei mesi del restauro è riuscito ad affascinare un po’ tutti coloro che ci hanno lavorato attorno. A ogni intervento è come se l’Angelo riprendesse vita sotto le nostre mani. Il senso di rispetto con cui all’inizio ci siamo avvicinati alla statua simbolo della città pian piano è stato superato dall’affetto, che è cresciuto ancor più con il passare del tempo».
A raccontare di un dialogo del tutto speciale e privilegiato è il restauratore Domenico Ruma dell’udinese Laar srl. Una conversazione a tu per tu con l’anzolo d’oro che hanno condiviso anche Fabio e Ivano Comelli, maestri della lavorazione artistica dei metalli di Nimis. La task force ha curato in stretta sinergia fin da giugno l’illustre paziente, che ora si mostra – completamente guarito – di nuovo dal campanile della chiesa di Santa Maria di castello per i secoli a venire.
Nessuno sguardo dei passanti, friulani o turisti, avrebbe mai potuto cogliere i segreti della statua più rappresentativa di Udine come hanno avuto occasione i restauratori. L’arcangelo Gabriele (perché è lui che l’angelo segnavento realizzato dai fratelli Vallani raffigura) ha rivelato non solo le tracce delle battaglie contro fulmini e temporali combattute nei suoi 234 anni d’esistenza e documentate dai vari rattoppi, ma soprattutto i segni più pericolosi del “cancro del rame”. «Si tratta di un fenomeno che si sviluppa con gli agenti atmosferici e si alimenta da solo - spiega Ruma -. Il cloruro di rame scava il metallo: senza interventi non si arresta, fin quando non l’ha consumato».
L’Angelo, dunque, ha narrato ai restauratori la sua storia d’amore-odio con il vento, indispensabile a farlo funzionare ma devastante per la polvere e la pioggia con cui ha flagellato le lamine di rame che compongono la sua superficie esterna e l’intelaiatura interna in ferro. «L’area esterna più rovinata era quella anteriore che segna la provenienza del vento. Per capire le cause del degrado e quindi operare il recupero, abbiamo chiesto ai tecnici dell’Arpa di ricostruire la storia della piovosità su Udine. Certo non si possono eliminare gli eventi meteorologici, ma è possibile limitarne i danni».
L’Angelo ha raccontato anche di battaglie più terrene, con tanto di schioppettate. «I danni provocati dalla pioggia sono stati favoriti anche dai numerosi fori sul metallo: oltre ai buchi eseguiti in varie epoche per fissare i rattoppi con i rivetti, c’erano quelli dovuti a spari nei tempi di guerra, perché è visibile la traiettoria in entrata e uscita dei proiettili. È probabile che qualche cecchino l’abbia usato come bersaglio per perfezionare la mira», chiarisce Fabio Comelli, che ha concentrato le cure sullo scheletro interno e sul meccanismo di rotazione che consente all’Angelo di indicare la direzione del vento. «Le parti sono state riparate con interventi non invasivi e mantenendo i materiali originali. Delle toppe sono state collocate all’interno come rinforzo e non sono visibili da fuori», aggiunge Comelli.
L’Angelo, rinvigorito, continuerà così a essere una delle immagini che i friulani porteranno nel cuore, in qualunque angolo del mondo siano destinati a vivere.
Aurora Malta
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