La riforma sanitaria: «La priorità è riorganizzare gli ospedali»

Udine: Fasola, direttore di oncologia, “padre” dell’attuale legge: vincoli finanziari rigidi rischiano di fare danni irrecuperabili

UDINE. Spiega che l’oncologia è un paradigma del cambiamento. Perché anche in oncologia per la prima volta dopo tanti anni si chiede il razionamento. Ecco allora che il settore diventa modello calzante per immaginare una riforma sanitaria indispensabile, soprattutto quando le risorse calano. Gianpiero Fasola è il direttore del Dipartimento di oncologia dell’ospedale di Udine e da sette mesi (scadenza 2015) presidente del Collegio italiano dei primari oncologi.

Fasola però è anche l’ultimo assessore nella memoria della Regione capace di fare una riforma della Sanità, con alcuni principi attuali e attuabili ancora oggi. Era il 1993. Oltre vent’anni fa. Una chiacchierata con lui è un viaggio a tratti disarmante, ma val la pena affrontarlo. Si parte dall’oncologia.

«Il direttore generale dell’Azienda ospedaliero-universitaria ha trasmesso anche a noi il compito di ridurre la spesa dei farmaci, del 4%, e quindi di circa 260 mila euro visto che la spesa l’anno scorso ammontava a 6,5 milioni. L’oncologia – spiega Fasola – è paradigmatica dei cambiamenti per tre ragioni. La prima è l’aumento del numero di persone che vive con questa malattia, guariti o che hanno bisogno di cure. La seconda è la forte innovatività delle terapie oncologiche.

La terza è che l’innovatività associata al crescente numero di persone vive determina un incremento dirompente dei costi». In sintesi, le buone notizie sulla cura dei tumori stanno mettendo in crisi la sostenibilità dei sistemi sanitari in tutti i Paesi occidentali.

«È la prima volta in tanti anni che siamo di fronte all’esigenza di un razionamento, in Fvg e in Italia, mentre ci sono nuovi farmaci ad alto costo il cui utilizzo non viene ancora autorizzato dal ministero e che costano in media da 50 a 100 mila euro l’anno a paziente. Siamo tutti cittadini e contribuenti – sottolinea Fasola – e dobbiamo essere consapevoli del problema. Quest’anno rischiamo di non poter utilizzare l’innovazione tecnologica disponibile, ma il nostro dovere è assicurare a tutti le cure migliori.

La direzione dell’Azienda ci ha chiesto di formulare delle proposte che hanno risvolti delicati e siamo in attesa di un confronto. Ho comunque percepito – continua il direttore di oncologia – la piena consapevolezza della complessità del quadro e non la volontà di scaricare il problema sui professionisti».

Fasola, eletto tra le fila della Lega, entra in giunta nell’agosto del 1993 (il presidente della Regione era il leghista Pietro Fontanini), con deleghe a sanità e assistenza sociale. «Il Consiglio regionale venne eletto a giugno, la giunta si insediò in agosto e a ottobre e dicembre del ’93 approvammo i primi disegni di legge, divenuti poi legge nel giugno del 1994 e nel gennaio 1995. In sei mesi, quindi – racconta Fasola –, era stato impostato l’assetto che ancora oggi regge il sistema sanitario regionale e i cui principi restano validi. Anche se, personalmente, avrei da tempo aggiornato le norme».

Nel 2007, peraltro, tredici anni dopo la riforma, la Regione misurò il tasso di ospedalizzazione per fasce d’età (uno dei principali indicatori di qualità del servizio sanitario) e constatò una sovrapposizione quasi completa tra gli obiettivi della legislazione del ’94 e ’95 e gli indicatori raggiunti. Alcuni passi della riforma Fasola, però, ancora oggi restano incompiuti. Gli ospedali di Gemona, Cividale, Sacile e uno tra Spilimbergo e Maniago non avrebbero più dovuto occuparsi di pazienti acuti, qualificandosi per altri trattamenti, mentre quelli di Tolmezzo, San Daniele, Palmanova e Latisana avrebbero dovuto maggiormente realizzare una rete tra loro e con Udine. Perché sono ancora progetti irrealizzati?

«Perché tra il ’93 e il ’98 cambiarono cinque giunte regionali (Fasola fu assessore dall’agosto ’93 al gennaio ’94 e dal luglio ’94 al dicembre ’96) e la giunta di Sergio Cecotti cadde (per altre ragioni) poco dopo l’approvazione del primo Piano triennale. Forse hanno giocato un ruolo anche episodi come quello del luglio 1995 a Osoppo (di cui riferiamo qui sopra). Oggi la riforma della sanità – secondo Fasola – non è più rinviabile e tutti confidiamo che la consapevolezza dei problemi dimostrata dalla presidente Debora Serracchiani e dall’assessore alla Salute Maria Sandra Telesca producano gli atti necessari. La politica, a mio avviso, ha ora opportunità migliori rispetto al 1993.

L’elezione diretta del presidente della Regione, con un mandato popolare per governare cinque anni, ma anche una maggiore consapevolezza dei problemi da parte dei professionisti, più disponibili al confronto. E soprattutto la popolazione ormai sa che una spesa pubblica troppo alta mette in discussione servizi essenziali come la Sanità». Su un punto però il direttore di oncologia intravede un rischio. «Aver imposto alle Aziende dei vincoli finanziari così rigidi, senza aver prima tracciato un disegno generale di riforma della rete ospedaliera, può far sì che le direzioni cerchino di inventarsi delle soluzioni improvvisate, prive di obiettivi di salute.

Riducendo i servizi in punti chiave – argomenta Fasola –, quali ad esempio le Aree dell’emergenza, della cardiologia o delle terapie intensive, si rischia di fare danni difficilmente recuperabili. Prima di toccare questi nodi del sistema credo sia opportuno lavorare sull’efficienza – nel rapporto tra risorse e volumi di attività ci sono ancora molte differenze tra gli ospedali, anche nella stessa azienda –, sul modello “hub & spoke” in Area vasta e sulle funzioni specialistiche, la cui collocazione non impatta così direttamente sulla vita o sulla morte delle persone».

La riforma della sanità targata centrosinistra è attesa entro fine anno.

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