La prima 2013 del Giovanni da Udine è l'ultima di Lievi

L’incontro con regista e attori dopo il via alla stagione: polemiche su costi e numeri.
Modugno: sbagliato contare sugli abbonati. Nel cda si riparla di De Maglio

Udine 18 gennaio 2013.Pubblico a teatro Telefoto Copyright Petrussi Foto Press/Serratore
Udine 18 gennaio 2013.Pubblico a teatro Telefoto Copyright Petrussi Foto Press/Serratore

UDINE. A voci spente si ragiona un po’. . La fine dell’inizio di Sean O’Casey, certo. In epoche placide sarebbe stata commedia in leggero attraversamento pubblico. Ovvero: un normale puntamento sul palco con la usuale scia di bello, brutto, carino, divertente, noioso. Ognuno - camminando verso casa nel dopo show - con in tasca la sua sacrosanta libera opinione. Invece no.

Polemiche. Quanto piace all’Italia la polemica. Spesso sul nulla, guardiamoci negli occhi. Lievi se ne va, qualcuno alza polveri sulle produzioni Giovanni da Udine-Css «troppo costose se le vacche sono scheletriche», il Nuovo in cerca di un valido capitano e avanti così. Ieri è rispuntato il nome di Claudio De Maglio, direttore della Nico Pepe. Vedremo.

Si fa il pelo alla foglia appena il vento la solleva da terra. Dunque, l’incontro con attori e regista è una consuetudine consumata in una ovattata saletta. Chiacchiere armoniche sul cosa è successo in scena e non ve ne siete accorti, guidate da Carmen Galdi.

L’esperta prof. Alessia Ursella svela vita morte e miracoli del commediografo O’Casey, ragazzo sfortunato con il giusto genio addosso, il resto è una passeggiata sul palco di La fine dell’inizio, il giorno dopo. La prima è passata. Seicento ottanta spettatori. I maligni dicono pochi, la logica dice nella norma medio alta. Per una città con meno di centomila abitanti.

E con tre stagioni in corso. Comunque. Vorremmo capire gli attori che pensano. Stefano Santospago, Ludovica Modugno e Graziano Piazza. Erano loro lassù.

E la platea? Riassumiamo un tris di risposte. «Tra silenzi, metafore e grottesco, sul principio, la gente cercava di capire. Giustamente. Appena colto il sistema, crediamo si sia divertita. Risate e applausi confermano».

Cesare Lievi sfugge solitamente alle sue première. «Ogni tanto l’altra sera sbirciavo, però». E aggiunge. «Mi spiace lasciare questo teatro, è come se mi sfilassero un pezzo di vita, una parte di me». Inutile tornare sui passi già calcati più volte, appena un accenno per chi ignora. Scade il contratto e Lievi non rinnova.

Si è rinsecchito il feeling con le istituzioni, punto. «Avrei voluto produrre ancora, concluso questo trittico costruito su contemporaneo, classico e commedia. Pazienza». E rispunta la lista della spesa, o meglio qualcuno la sventola ancora. I famigerati duecento mila euro sborsati per O’Casey. Sembrano tanti, vero, ma uno spettacolo di stabile costa almeno il doppio.

Gli «abbonamenti in calo» - altro peso morto in allegra circolazione da sempre - fanno sbottare Lievi. «Non ero ancora insediato e già mi contestavano ’sti benedetti abbonamenti in calo. Bisogna aspettare giugno per tirare la riga e aggiungere lo sbigliettamento».

Gli tende una mano la Modugno, attrice pratica che sa come funziona l’ambiente. «A Roma da anni l’abbonato è un animale estinto. Siamo nel bel mezzo di un ricambio generazionale. La gioventù non si abbona, ragazzi, compra il biglietto. La risorsa vera è questa, cerchiamo di interiorizzarla una buona volta». Tempo scaduto. Il teatro chiama.

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