La fiducia del Dalai Lama: «I valori umani prevarranno»

Sua Santità Tengyn Gyatso da ieri a Udine nel 18º anniversario del premio Nobel per la pace
Da luogo di rappresentazione a spazio di testimonianza. Questo il destino che ha coinvolto ieri pomeriggio il Giovanni da Udine, dove quasi duemila persone, fra dentro e fuori il teatro, hanno accolto la parola che Sua Santità il quattordicesimo Dalai Lama ha rivolto a Udine a al Friuli. Un messaggio arrivato nel diciottesimo anniversario del conferimento del premio Nobel per la pace e nella cinquantanovesima ricorrenza della Giornata mondiale per i Diritti imani. Una testimonianza illuminata e semplice, profonda come il sorriso che Tengyn Gyatso concede a chiunque lungo il suo cammino, e genuino come il suo togliersi le scarpe davanti a tutti prima di prendere posto sullo scranno a lui riservato al centro del palcoscenico. Prima del messaggio di pace di Sua Santità, hanno preso la parola Ghesce Lobsang Pende e Plinio Benedetti del Centro Cian Ciub Ciö Ling di Polava, il primo ricordando il percorso umano che ha portato il Dalai Lama al premio Nobel e il secondo il percorso spirituale con il quale ha sostenuto anche i fautori del centro buddista delle Valli del Natisone. Molto toccante la testimonianza di Tenzin Thupten, presidente della Comunità tibetana in Italia: «Siamo qui oggi – ha ricordato Thupten – per ricordare il conferimento del premio Nobel e la giornata dei Diritti umani. Una giornata che ci fa piangere e sperare. Piangere per quello che in Tibet sta prendendo le sembianze di un vero e proprio genocidio per opera della Cina. E sperare perché il nostro capo e guida spirituale ha ricevuto un così alto riconoscimento». Dopo aver ricordato la sistematica violazione dei diritti umani da parte della Cina e l’interessata disattenzione da parte dell’Europa e dell’Occidente verso l’imperialismo cinese, Thupten ha così concluso: «La Cina è un paese molto potente che impaurisce molte nazioni di questa terra. Non noi tibetani in esilio, che siamo un gigante che fa paura per la nostra libertà e democrazia». A sostegno di queste parole le dichiarazioni di Pier Luigi Di Piazza: «Ci sentiamo coinvolti dal dramma del popolo tibetano e da quello delle comunità e dei popoli oppressi di tutto il pianeta. Sottolineamo l’impegno per un’economia guidata dall’etica e assumiamo l’impegno per una cooperazione internazionale degna di questo nome, per una vita semplice, sobria e condivisa, non basata sul possesso ma sull’essere e sull’interiorità, su relazioni umane significative. Intristiti dal mondo materialista che rende schiavi, egoisti e materialisti, ci vogliamo educare alla profondità del cuore, alla disponibilità, alla compassione e al silenzio». A questo punto la parola è passata a Sua Santità il Dalai Lama, il quale ha riconosciuto come dopo sessant’anni dalla tragedia dell’invasione cinese e nonostante il mutare delle generazioni, lo spirito tibetano resti ancora vigoroso. Coinvolgendo anche molti cinesi che in numero sempre maggiore vogliono conoscere e sostenere la cultura e la causa tibetana. «Per quanto riguarda il premio Nobel – ha dichiarato il Dalai Lama –, quando allora mi chiesero cosa provavo nel riceverlo, risposi che io sono solo un semplice monaco buddista e non ho fatto nulla di speciale. È un riconoscimento di grande valore ma per quanto mi riguarda mi sono solo comportato come dovrebbe essere responsabilità di ognuno, come essere umano e come praticante di un interiore sentire ». Un contenuto espresso più volte da Sua Santità, ricordando come la differenza stia nel modo in cui viene approcciata la vita: «Siamo tutti esseri umani che condividono una medesima natura: tutti afflitti a volte dall’attaccamento, a volte dalla gelosia. Ma tutti pervasi anche da potenziali di amore e compassione». Parole pronunciate da un uomo che a 16 anni ha perso la libertà e a 24 la sua terra. Colpito nel corso del lungo esilio da notizie talmente dolorose provenienti dalla sua terra da spezzare il cuore a chiunque. «Ma la mente che non ha fiducia in se stessa cade nel pessimismo – ha ricordato Tengyn Gyatso – e questo non è di grande aiuto. Per affrontare il domani e aiutare gli altri a superare le difficoltà occorre un’attitudine di fiducia nell’affrontare il futuro». E questo è possibile attraverso una costante frequentazione della benevolenza e della compassione, stati mentali che favoriscono l’equilibrio e aiutano ad affrontare situazioni di drammaticità impensabili. Il Dalai Lama si è riferito alle sofferenze dei tibetani incarcerati e torturati nei gulag cinesi, capaci, nonostante una condizione quasi disumana, di mantenere la loro incrollabile fiducia, compassione e benevolenza. «Se pensate – ha esortato Sua Santità – che questo sia un approccio benefico, allora scegliete di sviluppare i valori umani che fanno parte del vostro essere e deliberatamente riducete la predisposizione agli atteggiamenti afflittivi e negativi. Ne risulterà un vivere individuale più felice che contribuirà ad una predisposizione generale alla felicità». Rispondendo ad alcune domande del pubblico, Tengyn Gyatso ha poi brevemente esposto alcuni principi basilari del buddismo, come la fondamentale legge della causa e degli effetti: «L’elemento della chiarezza e dell’osservazione profonda della realtà sono elementi cardini della pratica buddista nei quali, unitamente al buon cuore, alla compassione e all’altruismo, essa trova la sorgente di grande ispirazione e positività». Prima di lasciare il Teatro Nuovo impartendo la sua benedizione ai partecipanti, il quattordicesimo Dalai Lama ha ricordato che l’elemento fondamentale per il raggiungimento della serenità e dello sviluppo dei valori umani non sta esclusivamente nella pratica religiosa: «Occorre sviluppare i proprio valori interiori – ha sottolineato Tengyn Gyatso – promuovendo un’etica laica. Come ha fatto il Mahatma Gandhi, uomo profondamente religioso ma con un approccio laico verso la risoluzione dei problemi e con un rispetto ecumenico verso tutte le fedi e i valori. Ciò che mi prefiggo a partire da ciò è una conoscenza e un maggiore dialogo fra le religioni per una mutua conoscenza e rispetto reciproci».

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