La città rende omaggio a Gioacchino Muccin Propose vescovo il suo vicario Albino Luciani

Nato a San Giovanni, parroco di Castelnovo e del duomo San Marco, per 25 anni guidò la diocesi di Feltre e Belluno. Il suo vice divenne Papa  

LA STORIA

Enri Lisetto

Settant’anni fa veniva eletto vescovo – destinato alla guida della diocesi di Feltre e Belluno – monsignor Gioacchino Muccin, parroco del duomo San Marco di Pordenone, originario di San Giovanni di Casarsa. Due i momenti cruciali del suo mandato: la proposta di nomina a vescovo del suo vicario, Albino Luciani, che sarebbe poi divenuto patriarca di Venezia e papa Giovanni Paolo I e la tragedia del Vajont. Un dramma che lo colpì così tanto che volle essere sepolto a Fortogna (Longarone), nel cimitero dove riposano tutte le vittime del 9 ottobre 1963.

Pordenone riscopre il suo illustre concittadino e gli renderà omaggio domani con un convegno e una messa, eventi promossi dalla Società operaia e dalla Parrocchia San Marco con il patrocinio del Comune.

Nato a San Giovanni di Casarsa il 25 novembre di 120 anni fa, ragazzo del ’99 nella Grande Guerra sul Montello, visse quasi tutto il suo sacerdozio a Pordenone. Ordinato nel 1923, fu parroco a Castelnovo del Friuli, cappellano in San Marco, insegnante in Seminario, responsabile dell’Azione cattolica in diocesi, rettore della chiesa del Cristo, parroco del duomo per dodici anni (allora la parrocchia si estendeva fino ai quartieri di Borgomeduna e Madonna delle Grazie), dando un contributo molto importante alla pacifica liberazione della città negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale.

Nel 1949, ovvero settant’anni fa, quando era arciprete in San Marco, venne eletto vescovo di Feltre e Belluno. «Le popolazioni delle diocesi di Belluno e di Feltre da lui guidate pastoralmente per oltre un quarto di secolo gli vollero un gran bene».

Nei quasi 26 anni di episcopato partecipò al Concilio Vaticano II, formò nuove parrocchie, rifondò i seminari. Ma con profonda partecipazione visse anche i momenti più difficili per la sua terra. Anni di vicinanza alla gente colpita dall’immane tragedia del Vajont: un sentire e patire con la gente del posto, rinnovati nelle sue ultime volontà con le quali dispose di essere sepolto nel cimitero delle vittime, a Fortogna di Longarone, tomba alla quale, il 2 novembre, ha reso omaggio il segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin. Ancora, la tragedia di Mattmark, in Svizzera, e l’alluvione del 1966.

Gioacchino Muccin fu colui che propose vescovo di Vittorio Veneto – era il 1958 – il suo vicario per undici anni a Belluno, monsignor Albino Luciani, che sarebbe divenuto patriarca di Venezia e poi papa per 33 giorni, mentre ebbe l’amicizia ammirata del cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Giovanni XXIII.

Quando nel 1975 la Santa Sede accettò le sue dimissioni per raggiunti limiti di età, si ritirò a San Pietro di Feletto, in diocesi di Vittorio Veneto, nella villa del Patriarcato di Venezia offerta dal cardinale Luciani. Ci rimase per sedici anni, fino al 27 agosto 1991 quando morì, alle soglie dei 92 anni.

Mancava in città un ricordo del suo illustre sacerdote e vescovo che con le terre d’origine mantenne sempre un profondo legame. Così come con la Società operaia di Pordenone che, per oggi alle 16, nella sede di palazzo Gregoris ospita monsignor Lino Mottes, già segretario del vescovo pordenonese, che presenterà il suo libro “Indimenticabile presenza”, ovvero la vita di monsignor Muccin fra quelle genti di montagna; nella stessa sede interverrà il vescovo Giuseppe Andrich, emerito di Belluno-Feltre, ordinato sacerdote da Muccin; moderatore dell’incontro Maria Luisa Gaspardo.

Alle 18, in concattedrale San Marco, è in programma una messa celebrata dal vescovo Andrich che rievocherà anche la figura di papa Giovanni Paolo I che da due anni (8 novembre 2017) è venerabile, cioè avviato alla beatificazione. —



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