La bionda di viale Venezia piena di grinta e personalità
UDINE. La storia dei vecchi partiti (quelli della Prima Repubblica, evaporati negli anni Novanta) può essere raccontata, più che da libri e memorie, dalle immagini. Guardando le foto in bianco e nero di allora è facile ricostruire interi mondi e capire almeno un po’ come funzionavano le cose.
Per esempio, il tempo in cui Bettino Craxi (che Forattini amava raffigurare in abiti e atteggiamenti mussoliniani) guidava il Psi con percentuali plebiscitarie è spiegato benissimo in un flash scattato una sera del giugno 1987 in piazza XX Settembre a Udine.
Il leader appare su un palco ben alto e sovrastante la folla che si accalca ai suoi piedi, attenta e ammansita, mentre ascolta un comizio che, per gli usi e costumi dell’epoca, era uno spettacolo più ambito di un film o di una commedia vista a teatro.
L’arte oratoria era un requisito assolutamente fondamentale per poter far breccia ed entrare nei cuori accendendo le passioni.
Ecco, sfogliando l’album di allora, in cui si documentano infinite riunioni e lunghi congressi svoltisi a Udine e dintorni, colpisce una circostanza, e cioè che tra i volti (sempre quelli) dei principali esponenti socialisti appaiono solamente due donne, protagoniste in prima persona per far emergere la voce femminile anche nella sinistra.
Al livello di base il numero delle donne impegnate era folto e qualificato, ma poi quando si arrivava agli incarichi superiori le porte si chiudevano inesorabilmente, come sempre.
A spuntarla nel Psi friulano, negli anni Ottanta, furono così solamente Roberta Breda, che approdò al Parlamento dopo la morte di Loris Fortuna, e Paolina Lamberti Mattioli, che invece ebbe compiti notevoli nel consiglio regionale.
C’è un’immagine scattata dopo le elezioni comunali del 1985 con in prima fila il gruppo del Psi rappresentato da Loris Fortuna, Romeo Mattioli, Vittorio Tiburzio, Bruno Damiani e una biondissima Roberta Breda, la ragazza di viale Venezia che con grinta e personalità era entrata presto nel movimento giovanile, affrontando quella gavetta che era una pratica diffusa e necessaria per fare politica.
Non accadeva proprio che qualcuno passasse dall’anonimato alla notorietà in un battibaleno, facendo leva con sagacia su potentissimi mezzi di comunicazione come accade oggi, capaci di creare miti all’istante come di distruggerli pure con estrema facilità.
Roberta Breda faceva parte invece di quella politica che aveva il passo cadenzato, che richiedeva pazienza e preparazione, oltre che l’intuito giusto e molta lungimiranza per seguire la corrente in ascesa all’interno di un partito.
Dopo aver mosso i primi passi nel contesto della sinistra lombardiana, che a Udine aveva il referente in Franco Castiglione, Roberta poi trovò piena sintonia con Gianni De Michelis, il potente e fantasioso ministro veneziano che fu decisivo nell’appoggiare Bettino Craxi quando questi conquistò il partito all’inizio degli anni Ottanta segnando la sua vorticosa ascesa prima del crollo e della fine avvenuta nel 1994 sotto i colpi di Tangentopoli.
La vicenda di Roberta Breda, di cui il 25 luglio ricorrono i 20 anni dalla morte, avvenuta nel 1996, è ricordata in questi giorni con accenti commossi e anche di riflessione perché rappresenta un cammino significativo ed emblematico nel far capire quell’epoca. Innanzitutto c’è un dato interessante, riguardo appunto al maschilismo di una politica che alle donne dava possibilità solo fino a un certo punto.
Quando entrò nel 1980 in consiglio comunale, Roberta era l’unica del Psi, ma le donne tra i cinquanta eletti erano in tutto appena cinque: la Dc aveva Paola Cavan e Lucia Toso Chinellato, il Pci invece Liliana Alberti Carletti e Augusta De Piero Barbina.
Andò peggio cinque anni dopo quando le donne scesero a quattro: rieletta la Breda, la Dc schierava Maria Teresa Berlasso e Maria Letizia Burtulo e il Pci aveva Paola Del Zotto. Come si può vedere, i partiti confermavano in pieno l’atavica diffidenza verso l’emancipazione femminile.
Forse la dichiaravano nei programmi e negli auspici, ma poi agivano ben altrimenti. In tale contesto emerse allora la verve di quella giovane socialista, bionda e appariscente, spigliata e moderna, che aveva trovato il punto di riferimento politico nel “leader maximo” e nel suo ministro veneziano.
Dopo essere subentrata alla Camera a Loris Fortuna, morto nel dicembre del 1985, Roberta venne confermata nelle elezioni politiche del 1987 e del 1992 quando fu addirittura la più votata nelle file del Psi con quasi 18 mila suffragi.
In Parlamento era tra i più giovani ed è rimasta l’unica friulana del Psi ad arrivare a tale livello dal 1946 al 1994. Ricoprì a Montecitorio vari ruoli e fra le proposte di legge che presentò se ne ricordano due: una per l’istituzione di una casa da gioco in Friuli Venezia Giulia (con doppia sede, invernale a Trieste ed estiva a Lignano) e un’altra per creare la Provincia dell’Alto Friuli, tematiche che, visti gli sviluppi attuali, ci fanno capire quanto sia siderale la distanza tra allora e oggi.
Roberta uscì di scena nel 1994 dopo l’ennesimo scioglimento delle Camere. Poi ci furono la lunga malattia, la sofferenza, la battaglia per non farsi sopraffare. Tutto vissuto in silenzio, con dignità, in famiglia, tra pochi amici. Aveva dedicato la sua esistenza alla politica e al partito socialista. Non è sopravvissuta agli sconvolgimenti di allora.
Ne riaffiora adesso il ricordo, legato a un sorriso e alle sue azioni dentro un mondo poi esploso trascinando dietro di sé le idee per cui era nato. Ai funerali spiccava la corona di garofani rossi inviata dalla famiglia Craxi. Lei a quel garofano aveva creduto sempre, fino all’ultimo.
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