Giovanni Lessio: «Pordenone 2027 non sia solo un falò di eventi, serve un sistema cultura»

Il presidente del Teatro Verdi lancia la sfida per l’anno della Capitale: «Basta con i grandi nomi isolati, mettiamo a sistema poesia e cinema muto. Ma serve dialogo: ho scoperto dai giornali il cartellone estivo del Comune. Per le fondamenta del futuro mancano solo otto mesi»

Martina Milia, Valentina Voi
Giovanni Lessio
Giovanni Lessio

In quasi 15 anni alla guida del Teatro Verdi ha trasformato un’associazione culturale in un motore per la città. Una visione che ha consentito a Pordenone di attrarre un pubblico sempre più giovane e vasto facendosi un nome nel panorama della musica sinfonica europea, portando la montagna in pianura, e viceversa, grazie a un festival diffuso, andando oltre il concetto di stagione e riempiendo il teatro per 466 giornate all’anno. Per il futuro – anche se sarebbe più corretto parlare di presente – Giovanni Lessio, presidente di Teatro Verdi, lancia una scommessa: mettere a sistema la vitalità di Pordenone, usando Capitale della cultura come trampolino per disegnare progettualità di lungo periodo. Ad esempio nel campo della poesia. O per creare dialogo con il teatro urbano in piazza della Motta.

Presidente Lessio, arriviamo subito al dunque: qual è il ruolo del teatro nella Città della cultura?

«Questa una domanda a cui è un po’ difficile rispondere. E cerco di spiegare il perché. Quando è nata l’idea di candidatura, il Teatro è stato uno dei soggetti coinvolti e ha fatto una serie di proposte. Quello che ci ha contraddistinto è che abbiamo cercato di fare delle proposte progettuali. Non ci siamo tanto fermati a dire “Chiameremo grandi nomi”. Quando poi Pordenone è stata designata Capitale italiana della cultura, l’amministrazione ha creato due realtà: il comitato promotore, che vede dentro un po’ tutti, e la cabina di regia. Nel comitato promotore ci siamo anche noi. Nella cabina di regia no. Tutta l’attività legata a quello che avverrà come Capitale della cultura, al momento, è un libro top secret. E qui c’è un piccolo “scontro concettuale” (lui stesso usa le virgolette ndr). Io continuo a dire che l’anno della Cultura deve essere un anno in cui partono dei progetti, in cui si respira, in cui c’è una visione. Perché se diventa l’anno degli eventi, è come il falò: finito il falò, finita la festa. Ci sono delle risorse economiche, ma se noi non rafforziamo le fondamenta rischiamo di perdere un’occasione storica».

Come è stato per Matera…

«Lì si tocca con mano che sono stati fatti degli interventi. Noi lanceremo dei bei progetti e mi auguro che siano all’interno dei desiderata anche dell’amministrazione».

Nessuna anticipazione? Neppure sulla data di inaugurazione?

«Non è ancora stata fissata dal Presidente della Repubblica. Sarà quasi sicuramente gennaio, un sabato. Si sta lavorando anche su come e dove organizzarla».

Quindi non ci può dire se sarà a teatro?

«So che ci sono delle idee. Il cinema ha la possibilità di decidere adesso cosa proiettare stasera, perché ormai è tutto digitale. Il teatro deve programmare anche con due-tre anni di anticipo. È aprile: mancano otto mesi».

Ci sarà un abbonamento speciale per gli eventi di Capitale 2027?

«Ragionare su un pacchetto, chiamiamolo così, sugli eventi di Capitale della cultura, vuol dire che ci sono degli eventi programmati. Ma se tutto fa parte della nostra programmazione, non ha senso fare pacchetti. Noi comunque faremo delle proposte prestigiose a tutto il nostro pubblico, ma che non sono estrapolabili perché è il 2027. Ne faremo di bellissime anche nel 2028».

Qual è la relazione del Verdi con gli altri teatri del territorio?

«L’Ert fa una stagione con più o meno spettacoli che i Comuni scelgono per utilizzare gli spazi teatrali che hanno. Poi ci sono altre realtà: Udine, Trieste, che è completamente diversa dalla nostra. Sono riconosciuti come teatri, non hanno un ruolo diverso nella città. Invece la scommessa che io vorrei fare, piuttosto ambiziosa, proprio grazie al 2027, è far capire che Pordenone non è fatta di tante vivaci realtà culturali, ma che è un vero e proprio sistema cultura. E questo cambia il paradigma: non sorprendiamo perché abbiamo il Great complotto ma perché abbiamo un sistema. Per diventarlo, bisognerebbe condividere degli obiettivi comuni. La città Capitale della cultura potrebbe essere quell’occasione in cui ci si spoglia un po’ dei propri abiti, però ci si arricchisce collaborando di più.

Faccio un esempio. La poesia. Noi da sempre la sosteniamo, è anche sulle pareti del teatro. Però, se Pordenone volesse essere la città della poesia sarebbe auspicabile che nascesse un’alleanza stretta, operativa, con la Fondazione Pordenonelegge. Possiamo diventare anche un punto di riferimento in Europa; un movimento; una città della poesia. Così anche col cinema muto: noi adesso stiamo dialogando per costruire un percorso in maniera tale che si capisca che il cinema mutuo è veramente un patrimonio con la città. Così come gli spazi: prendiamo piazza della Motta, teatro urbano. Mi chiedo perché il Comune voglia fare l’operatore culturale quando ha già uno strumento che fa questo tipo di attività. Io tra poco presenterò il cartellone estivo. Scopro dai giornali che il Comune farà il teatro urbano in alcune date. Bastava una telefonata, anche solo tra uffici».

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