«Io, il teologo cattolico critico e costruttivo per Cristo e per l’uomo»

Hans Küng riceverà oggi il Premio Nonino per il recente saggio Onestà. Perché l'economia ha bisogno di un'etica

PERCOTO. Hans Küng riceverà oggi il Premio Nonino per il recente saggio Onestà. Pe rché l'economia ha bisogno di un'etica, un’opera di stringente attualità e di urgente ricezione, che corona però un ventennio almeno di impegno.

– Professor Küng, si deve a lei la creazione, nel 1993, della Fondazione Weltethos e il documento Per un’etica mondiale . Documento allora profetico, e inascoltato?

«Sono intervenuto ben prima dell’attuale crisi economica e finanziaria mondiale, e i miei sono stati interventi purtroppo profetici per quanto riguarda il disastro. Sarei molto più felice se si avverassero le mie visioni positive. Il mio libro va oltre la sola economia, poiché denuncia anche altri fallimenti: del mercato, della politica, delle istituzioni, della moralità. L’ultraliberismo è un’economia senza morale, e politica senza morale sono stati il reaganismo, il tatcherismo, indifferenti all’umanità più povera e più debole. Comprendo la preoccupazione e la protesta della gente verso coloro che sono i responsabili della miseria ma che non pagano per le loro colpe. Ma nell’Unione Europea si va comprendendo, penso al caso della Grecia, che tutti devono pagare, non solamente i poveri».

– Perché lei invoca una globalizzazione dell’etica?

«È necessaria per far sì che le globalizzazioni economica, tecnologica e mediatica siano veramente benefiche per tutta l’umanità. Per uscire dalla crisi non bastano gli interventi delle banche centrali e dei governi: ci vuole un cambiamento di paradigma, di mentalità di tutta la gente, il riconoscimento che, se il guadagno è legittimo, l’avidità produce le catastrofi, specialmente se diventa sistema, come la nuova economia che ha promesso benessere per tutti e ha prodotto ricchezza enorme per pochi riducendo in miseria interi paesi».

– Introducendo il suo libro, onestamente lei riconosce di non essere un economista. Al tempo stesso, nega ogni intenzione moralistica. Il suo è piuttosto un punto di vista che abbraccia storia, filosofia e teologia. Non è già questa una confutazione dell’autonomia etica dell’economia?

«Ho grande stima delle scienze economiche, e ho fatto un grande sforzo di comprensione delle diverse teorie, ma sono consapevole di non poter dare giudizi sulle situazioni concrete, su come salvare l’euro a esempio. Ma so di essere capace di introdurre nella discussione aspetti generali, o meglio fondamentali, che vanno presi sul serio. L’economia funziona meglio solo quando la politica sa imporre regole generali che devono essere osservate da tutti nell’interesse di tutti, del bonum commune. Il principio assoluto è la dignità umana».

– Lei dice che l’economia “ha bisogno” dell’etica. Ne trarrebbe addirittura vantaggio?

«Sì, la moralità in economia paga, a lungo termine; l’immediato senza condizioni porta al disastro. E il lungo termine è doveroso nei confronti delle generazioni future. Ci siamo dati alla dolce vita accumulando debiti che graveranno sui nostri figli. Ciò vale anche per l’ambiente; io propongo un’economia eco-sociale».

– Lei riassume i comportamenti etici con la parola “oestà”. Ha scelto questo termine semplice, inequivocabile, in opposizione alle oscurità, agli eufemismi e alle menzogne del gergo economico e finanziario. L’onestà comincia dal linguaggio, dalla parresia?

«Sì, il dovere primario di un teologo è la veracità. Il magistero ecclesiastico molte volte, nel pronunciare i suoi dogmi, non è verace. Così essi vengono respinti, e si produce uno iato tra gerarchia e popolo».

– Trovo che lei sia onesto anche quando titola tanti suoi libri o capitoli in forma interrogativa.

«Certo. È come dire che io non sono infallibile! Si scherza su di me, che ho contestato l’infallibilità del papa, dicendo che io stesso mi ritengo infallibile. Non è così».

– Ma ci sono anche i punti fermi, e gli esclamativi.

«Sì, io non sono mai solamente critico; voglio essere anche costruttivo, propositivo. La mia tristezza è di non vedere accolte le mie proposte. Se fosse stato accettato il mio Essere cristiano, oggi la situazione della chiesa sarebbe diversa. Nella mia teologia io sempre ritorno a Gesù, questa è la norma, questo il criterio ultimo. Anche quando i miei interventi si estendono ad altri ambiti, come l’economia».

– Nel suo libro Ciò che credo il titolo di ogni capitolo fa riferimento alla vita, onnicomprensivamente.

«Evangelicamente. In questo sono veramente cattolico: la mia fede è anche fiducia nella vita, nella realtà così com’è. Gli orizzonti si allargano, al centro rimane Dio, la sua misericordia».

– Le è stata negata la qualifica di teologo cattolico. Lei come si definisce?

«Io sono un teologo cattolico critico e costruttivo al servizio di Cristo e del popolo di oggi».

– Quale terapia per l’“osteoporosi” della Chiesa?

«Della gerarchia, piuttosto. Un clero di uomini normali, autoresponsabili, liberi di sposarsi; vescovi dotati di autorità propria, non asserviti; un papa pastorale in senso evangelico, non solo un assolutista, restauratore del diritto canonico medievale».

– Oltre all’onestà, ha dovuto esercitare la pazienza...

«Molta. Ma sono lieto di non aver lasciato la Chiesa; vi rimango grazie anche al supporto di milioni di cattolici che sono più vicini alle mie posizioni che a quelle del sistema romano».

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