Intervista con l’analista politico anglo-pakistanosu ''All’ombra del melograno''

Tariq Ali ridiventa romanziere per capire i fondamentalismi
Già con Lo scontro dei fondamentalismi, uscito in Italia nel settembre 2002 a un anno dalle Twin Towers, Tariq Ali aveva dimostrato la sua profonda capacità di analista politico del mondo islamico. Il ragazzo anglo-pakistano che aveva entusiasmato Marlon Brando, quando guidava le manifestazioni studentesche contro la guerra nel Vietnam, il militante trotzkijsta che organizzava politica insieme con Vanessa Redgrave, il cineasta amico di Ken Loach aveva messo in campo tutte le sue convinzioni circa il vero ruolo che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avevano messo in campo nello scacchiere che va dal Pakistan al Medio Oriente. Quel libro, pubblicato in Italia da Rizzoli che poi - nonostante il successo - si rifiutò di ristamparlo per le sue tesi così poco gradite alla Casa Bianca cedendolo a Fazi, aveva una tesi molto chiara: dopo il crollo dell'Impero sovietico il mondo era schiacciato dallo scontro di due fondamentalsmi, quello imperiale americano e quello religioso islamico. Tutto dalla politica di Israele all'acquiescenza dell'Arabia saudita, dallo sfruttamento del Pakistan in funzione anti-afghana alle bugie su Saddam Hussein era al servizio del dio petrolio. Con Al-Qaeda sparring-partner.


Troppo per i circoli politico-economici occidentali, e comunque Tariq Ali (63 anni, nato a Lahore quand'era ancora India, figlio di comunisti pakistani, cresciuto a Londra, islamico ateo e pensatore marxista) aveva in serbo altre frecce espresse nei suoi saggi successivi di cui si ricordano Bush in Babilon e Impero e resistenza. Ma fino a un anno fa a noi italiani era rimasto ignoto il romanziere e perfino lo scrittore satirico (Redemption, un libro autoironico dell'89 sul settarismo della Quarta Internazionale).


E invece già dal 1990 Ali aveva intrapreso la via del romanzo, anzi - su suggerimento del suo amico Edward Said, il compianto critico letterario palestinese - aveva costruito un pacchetto di romanzi sotto il titolo Islam Quintet. Filo conduttore: storie che dimostrassero come la violenza e la crudeltà subite nei secoli dagli arabi e dal mondo musulmano con le Crociate, con la cacciata dalla Sicilia e quella sanguinosa di Spagna conclusasi con una strage, potessero chiudere capitoli di vita ma non cancellare la ricchezza della cultura araba: la sua scienza, la sua letteratura, la sua geografia.


Un geografo Idris è il simbolo della convivenza pacifica alla corte del re normanno Ruggiero nella Sicilia di Un sultano a Palermo, uscito in Italia l'anno scorso. La distruzione dei libri, il rogo di Granada del 1499, la strage dei mori eretici consumata dai cattolici su ordine di Isabella di Castiglia sono il tema di All'ombra del melograno appena pubblicato da Baldini, Castoldi, Dalai (348 pagine, 18, 00 euro) sullo sfondo della deliziosa storia di una grande famiglia, gli Hudayl, che erano stati simbolo di tolleranza e convivenza pacifica, che avevano creduto alle promesse di pace e di libertà di culto, e invece finiranno con la testa mozzata per mano di un certo Cortés, un giovanotto che qualche anno dopo sarebbe entrato da vincitore a Tenochtitlán - l'odierna Città del Messico - avendo spodestato Montezuma.


L'anno prossimo uscirà Il libro di Saladino, un'altra storia esemplare. Il capo curdo - l'unico curdo - che seppe riunire gli arabi, riconquistare Gerusalemme con un esercito in gran parte ebreo, farne la culla di tre religioni, ma non riuscire a rendere eterna quella pace.


- Allora, Tariq Ali, lei è un romanziere che è rimasto nascosto ai nostri occhi?

«Questo non so dirlo, ma è interessante che romanzi scritti da quindici anni in qua ricomincino a vivere e a riacquistare attualità. Vengono pubblicati in Francia e in Italia, Paesi dove la presenza musulmana è altrettanto forte che in Gran Bretagna e dove cresce l'interesse per lo scontro tra l'Occidente e l'Islam che, tuttavia, non è uno scontro fra religioni. Nell'opinione comune prevale lo stereotipo dell'islamico con la barba e una bomba in tasca. Ma sinceramente si tratta solo di minoranze di fondamentalisti duri e puri, nella maggior parte dei Paesi islamici il grosso della popolazione è fatto di persone normali».


- Normali a seconda dei casi...

«Sì, per esempio uno dei più forti partiti comunisti era in Indonesia, che è il più grande paese islamico al mondo. Aveva due milioni di iscritti. Un milione di essi furono uccisi nel 1965 durante il colpo di stato organizzato dagli Stati Uniti. In molti piccoli villaggi, come a Bali, i fondamentalisti islamici furono usati per compiere questi assassinii: ecco come in quel momento i fondamentalisti erano alleati dell'Occidente. Nulla dunque è quello che sembra. Viviamo in un periodo in cui la cultura dominante non vuole che ci ricordiamo della storia e infatti la memoria storica è molto corta. Proprio per questo i romanzi storici tornano a piacere».


- Di fronte all'autodafé di Granada del 1499, al rogo di due milioni di libri, alle stragi di mori che rifiutavano di convertirsi anche dopo essere stati sottoposti a indicibili torture, uno dei personaggi del suo romanzo esclama: "Un giorno i cristiani pagheranno tutto questo". Questo giorno arrivato?

«Non bisogna meravigliarsi se chi è stato distrutto, chi ha visto eliminare i suoi cari vuole vendicarsi. Da questo a dire che il fondamentalismo islamico, le bombe, il terrorismo vengano da così lontano ce ne corre moltissimo. Guardiamo il mondo più da vicino. Nel Medio Oriente anziché favorire la coesistenza pacifica di ebrei, musulmani e cristiani nella regione che appartiene loro storicamente e culturalmente creando un solo stato israeliano-palestinese, si sono fatti dei palestinesi le vittime indirette del giudeicidio della seconda guerra mondiale. Vittime senza colpa. Ed è questo il motivo per cui questo ciclo di guerre mi fa paura. Abbiamo tutti condannato l'11 settembre, ma rispondere in questo modo così forte e duro, occupare l'Iraq e l'Afghanistan ha annullato tutta la simpatia che gli Stati Uniti avevano ricevuto. Piccoli gruppuscoli sono responsabili degli attacchi terroristici ma il danno lo sta pagando tutta l'umanità, o almeno una sua gran parte».


- Il passato può aiutarci a capire e a rimediare?

«Questa fase storica mi ricorda il periodo a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo quando c'erano gruppuscoli di terroristi anarchici in Europa e negli Stati Uniti che hanno ucciso un presidente americano, due ministri spagnoli, hanno tentato di assassinare il presidente francese. Gruppi di anarchici in Russia attaccavano lo zar. Nulla di nuovo. Perché allora lo esageriamo? Per imporre quali soluzioni politiche? Guardiamo gli anni Sessanta e Settanta in Europa. In Italia c'erano le Brigate Rosse, in Germania la Baader-Meinhof, in Giappone l'Armata Rossa; facevano cose pazzesche, ma tutt'e tre i Paesi avevano avuto un passato fascista e avevano un presente di interrogativi politici irrisolti. Quelli di Al-Qaeda dicono: voi americani avete occupato le nostre terre, e noi rispondiamo colpo su colpo attaccando i vostri interessi. Quindi c'è un passato, di cui bisogna ricordarsi ed è inutile creare degli stereotipi per giustificare queste guerre imperialiste. La maggior parte degli europei erano contro l'intervento in Iraq, ma questo non ha impedito ai primi ministri italiano, spagnolo e inglese di mandare le loro truppe, e i Paesi europei che un tempo erano satelliti dell'Unione Sovietica adesso sono felicemente satelliti degli Stati Uniti. Anche in Polonia il settanta per cento della popolazione non voleva partecipare alla guerra, ma il governo ha obbedito a Washington. Tutto ciò non sta solo danneggiando i popoli, sta svuotando la democrazia».


- E per contro il fondamentalismo islamico si allarga in Europa diffondendosi tra le comunità di immigrati più isolate dal contesto sociale con gravi episodi anche di violenza, per esempio, nei confronti delle donne, che paradossalmente hanno meno libertà da noi che non nei Paesi d'origine. Perché?

«Purtroppo perché la crescita del fondamentalismo islamico è una risposta al violento scatenarsi del capitalismo. La gente sta cercando delle alternative. Col crollo dell'impero sovietico s'è cominciato a pensare che non ci fosse più una vera alternativa al modello dominante: questo spiega il frequente ricorso e ritorno alla religione. La maggior parte dei maoisti in Egitto e in Algeria sono diventati islamisti. E comunque questo ritorno della religiosità nel mondo islamico e in quello cristiano ha dei punti in comune: contro i diritti delle donne, come contro le minoranze sessuali. Tre o quattro anni fa ci furono due processi, uno contro il musulmano responsabile dell'attacco ai turisti a Bali. Entrò nell'aula del tribunale, si volse verso Dio, salutò i suoi sostenitori, fu condannato a morte, sorrise, i suoi fan applaudirono e poi partirono. Nello stesso momento negli Stati Uniti c'era un cristiano fondamentalista che subiva un processo perché aveva ucciso un medico abortista. Giunse in aula, si rivolse a Dio, salutò i suoi fan, non dimostrò alcun tipo di pentimento, fu condannato, sorrise e lasciò il tribunale. Come si vede il linguaggio non verbale dei fondamentalisti nel mondo è analogo. Non dobbiamo dimenticarcene».

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