Intervista con il cardinale Angelo Scolasui rapporti tra Chiesa e laicità in una società plurale

Responsabilità? Sono sempre dei singoli, non della società
Il richiamo del patriarca di Venezia a un impegno che sia di costante testimonianza e anche di apertura
Viviamo tempi convulsi, anzi caotici in cui molti valori - dicono alcuni - sembrano disperdersi in una visione del mondo troppo materialistica, lontana dalle tradizioni cristiane alle quali, il nostro Paese soprattutto, si è sempre attenuto. Le pressioni contrarie di vario tipo si avvicendano a ritmi che è difficile addirittura seguire, tanto che sembra di respirare un progressivo scivolamento verso l'idea che il vero stato laico sia quello neutrale. Ma qual è la vera laicità?


Il Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, nel saggio Una nuova laicità - Temi per una società plurale, edito da Marsilio (185 pagine, 15,00 euro), in proposito scrive: «Una tendenza attuale è quella di interpretare la laicità dello stato come in contraddizione con una legislazione familiare che contenga la tutela di valori propri di una tradizione particolare, come quella dell'umanesimo cattolico. Se lo stato è laico - si ragiona - anche la sua legislazione deve essere laica, cioè assiologicamente neutrale. Di qui il criterio politico del vietato vivere: il cattolico non rispetta la laicità dello stato, se propone come istituto giuridico un modello che risponda alla sua ermeneutica di famiglia perché ne esclude un'altra e confessionalizza lo stato».


Interpellato sull'argomento, abbiamo ottenuto alcune risposte dal cardinale Scola.


- Sempre più spesso si sente dire che il senso religioso dei cattolici cede a un laicismo accanito e insieme smodato. Qual è la sua impressione in proposito?

«Sono rimasto molto colpito dal fatto che, in questo tempo in cui tutti sono portati a gridare all'ingerenza dei vescovi, sono stato invitato, senza alcuna richiesta da parte mia e senza alcuna pressione da parte dei sacerdoti, a sedute straordinarie ai consigli comunali di Jesolo, di Eraclea e del Cavallino. Sono stato sollecitato da tutti i rappresentanti del popolo - di ogni partito - a tentare un mio giudizio, del tutto opinabile, sulle questioni della vita buona, del bene comune e del buon governo. Questo a me sembra un segno evidente e molto bello che la grande tradizione di collaborazione fra la comunità ecclesiale e la comunità civile continua nelle nostre terre, evidentemente con maggior consapevolezza della natura plurale della nostra società, rispettosa di tutti. Analoghi inviti ho avuto dal mondo del lavoro: tutti hanno il desiderio di questo dialogo e confronto, perché si ha la percezione che il lavoro ha a che fare con il senso ultimo della vita».


- Le nuove forme di laicità a che cosa esattamente possono essere ricondotte?

«Un quadro di adeguata laicità deve consentire a me credente di operare nella convinzione che Dio regge ultimamente la storia, con decisive implicazioni sul vivere civile, e deve riconoscere pari diritti e doveri a chi nega questa ipotesi con tutte le fibre del suo essere. Mi sembra allora che, in una società plurale, una piena laicità richieda le migliori condizioni possibili per promuovere soggetti personali e sociali tesi al dialogo e al reciproco riconoscimento, in vista della più ampia ed armonica intesa richiesta dal bisogno primario della condivisione dei beni comuni (materiali e spirituali). Per questo è anzitutto necessario che le istituzioni promuovano il valore pratico dello stesso essere in società».


- Sino a che punto si può accettare un adeguamento proprio quotidiano delle nostre abitudini in quanto hanno di più profondamente significativo, a riguardo delle abitudini (pratiche e religiose) di tanti popoli a noi estranei?

«Mi sembra che il problema fondamentale sia quello di riconoscere il processo in atto. Per farlo ho utilizzato l'espressione "meticciato di civiltà e di cultura". L'ho utilizzata d'istinto, quando ancora ne parlavano in pochi se si eccettuano gli specialisti, dopo una visita in Messico. Ero ospite a Guadalajara del cardinale Iñiguez Sandoval, che ha tra l'altro un bellissimo giardino, con una vegetazione tropicale stupenda e il pappagallo Socrates che salutando dice: "Buongiorno, signor cardinale". Proprio in quel contesto incantevole, conversando con alcuni vescovi cattolici messicani e riflettendo su quanto avevo constatato nella visita, ho capito il significato del "meticciato di civiltà e di culture", un processo di fusione armonica tra civiltà diverse. In Messico il Dna di tale fusione è rappresentato dalla devozione alla Madonna di Guadalupe. Impossibile risalire alla fisionomia pura di ogni singola realtà preesistente, poiché la fusione ha creato una nuova realtà in cui tutto si è rimescolato. Ma io parlo di meticciato di civiltà e di culture in cui le differenze non sono assorbite in un generico sincretismo ma vivono nell'unità».


- Questa società, che ha visto "il crollo delle utopie, che di fatto sono state religioni politiche sostitutive", come deve procedere per la stabilizzazione di una fede cristiana compresa nei valori democratici del nostro tempo, che consenta la realizzazione di una società plurale?

«Il compito non è "della società", ma suo e mio. E può essere sinteticamente identificato parlando di testimonianza. A mio avviso, la strada adeguata e possibile è quella della testimonianza; e uso questa categoria in senso pratico e teorico. È vano illudersi che all'uomo possa essere risparmiata l'avventura dell'incontro con l'altro, poiché ciascuno di noi nasce e cresce in forza di rapporti. La testimonianza chiama in causa ogni uomo ed ogni donna, invitandoli a esporsi, a pagare di persona, a non decidere in anticipo fino a dove si può arrivare nell'incontro e nel dialogo con l'altro. Alla testimonianza nessun uomo può sottrarsi, in forza del rischio implicato dalla libertà che non è mai definibile a priori. Solo l'autoesposizione testimoniale, cioè quel possesso della verità nel distacco che, nella sua espressione culmine si chiama martirio, realizza in modo compiuto il dialogo».

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