Insulto su Fb ai colleghi: moglie e marito colpevoli

Udine: il giudice ha stabilito anche il risarcimento dei danni a tutte le parti civili, dodici in tutto, con la somma di 200 euro l’una

UDINE. Marito e moglie insieme anche su Facebook, cointestatari dello stesso profilo. E, per questo, parimenti responsabili dei pensieri pubblicati sul loro diario. Compresi quelli dai toni più o meno offensivi, quindi.

A stabilirlo è stato il tribunale di Udine, con la sentenza di condanna emessa nei confronti di Daniele Sforzin, 47 anni, di Bevazzana di Latisana.

Ritenendolo a sua volta colpevole di diffamazione aggravata dall’utilizzo di un mezzo di pubblicità, per un post in cui la moglie aveva qualificato con una parolaccia i datori di lavoro e i colleghi del marito, all’epoca dipendente della società di erogazione dei servizi portuali di Marina Punta Faro, il giudice monocratico Carlotta Silva gli ha inflitto la pena pecuniaria di 330 euro di multa, sospesa con la condizionale.

Il dispositivo stabilisce anche il risarcimento dei danni a tutte le parti civili, dodici in tutto, con la somma di 200 euro l’una, oltre che la rifusione delle spese legali da loro sostenute per la costituzione in giudizio, per complessivi 2 mila 500 euro.

La moglie Giorgia Dell’Anese, 47 anni, aveva definito la propria posizione lo scorso giugno, con applicazione da parte dello stesso giudice della pena patteggiata di 688 euro di multa, sospesa con la condizionale. I coniugi erano difesi dall’avvocato Emanuele Locatelli, mentre a rappresentare le parti civili erano gli avvocati Luca Driusso e Lea Acampora.

Erano state proprio le società concessionarie demaniali marittime e quella per cui Sforzin lavorava, oltre che otto dipendenti che lì prestavano il proprio servizio, a sporgere querela il 15 aprile 2015.

Il post che li aveva pitturati con un’espressione offensiva risaliva al 20 febbraio e cominciava con il racconto della moglie del rientro a casa del marito, «deluso dal comportamento dei suoi collaboratori i quali sembrerebbero remino contro di lui per imposizione».

Alla denuncia era seguita l’iscrizione di entrambi sul registro degli indagati da parte del pm Lucia Terzariol. Ed era seguito anche il licenziamento di Sforzin. Provvedimento che il lavoratore aveva prontamente impugnato, generando la causa civile attualmente pendente davanti al giudice del lavoro Marina Vitulli.

Nel corso dell’istruttoria dibattimentale, il tentativo della moglie di assumersi l’intera responsabilità del post e, in particolare, di far credere che ne fosse venuto a conoscenza soltanto all’atto della notifica del procedimento penale, era stato smontato da alcune testimonianze.

A cominciare da quella dell’ex datore di lavoro di Sforzin, che aveva riferito di avergli chiesto spiegazioni pochi giorni dopo la pubblicazione del post.

Nella memoria difensiva, gli avvocati di parte civile avevano poi insistito sulla «evidente concorrente responsabilità dell’imputato», sulla base di alcune pronunce della Corte di Cassazione sia in merito alla fattispecie di reato - l’uso di una bacheca Facebook integra, appunto, l’ipotesi della diffamazione aggravata -, sia rispetto all’obbligo giuridico in capo a chi apra un profilo Fb «di impedire che su tale pagina web vengano pubblicati o mantenuti commenti denigratori o diffamatori di altri soggetti».

Suo, insomma, il compito di «rimuovere tali esternazioni, pena la sussistenza di un concorso penalmente rilevante nel delitto di diffamazione commesso materialmente da altri».

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