Il welfare e la segregazione degli ultrasettantenni

L’insistenza del tutto superficiale sulla opportunità di dare per scontata la segregazione degli ultrasettantenni, giustificandola con finalità del tutto generiche di protezione, mi induce a sviluppare qualche ulteriore considerazione.
I settantenni in Olanda sono invitati a non farsi ricoverare se colpiti da Covit 19; in Svezia gli ottantenni hanno rinunciato volontariamente preferendo andarsene partendo da casa; in Italia si ventila la proroga della segregazione domiciliare casalinga per la categoria degli ultrasettantenni fino al 31 dicembre; la presidente della Commissione Europa von der Leyen abbassa l’asticella della ghettizzazione a sessantacinque anni.
Non basta: ora si invitano i recalcitranti ad avere pazienza e non disturbare, facendosi forte dei decessi nelle case di riposo, quasi che ognuno di noi, per il solo fatto di compiere settant’anni, fosse ormai maturo per farvi ingresso. Il tutto allo sbandierato fine di proteggere una categoria di deboli, nonni infettabili da nipotini portatori sani, perciò dirottati in un felice isolamento.
Così la pandemia, oltre a mettere in ginocchio l’economia ed a falciare malati di ogni età, rischia di dare uno scossone irreversibile all’edificio di civiltà che fino a ieri resisteva indiscusso. Il quadro generale registra già l’evidente eclissi di una pluralità di diritti fondamentali (tutelati dalla nostra Costituzione nonché dalle vincolanti Carta europea dei diritti fondamentali di Nizza/Strasburgo e Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, Cedu) che ritenevamo scontati, ovvi, sovrani, intangibili.
Così l’emergenza covit19, in un colpo solo, ha fatto strike di una filiera di diritti fondamentali: circolazione e soggiorno: art. 16 – riunione: art. 17 – diritto al lavoro: art. 35 – principio di uguaglianza: art. 3, oltre alla garanzia globalmente assicurata dall’art. 2 ai diritti inviolabili dell’uomo, tutti sacrificati all’altare del diritto alla salute. In questo contesto, già pesantissimo ancorché giustificabile, si inventa una discriminazione ulteriore, questa volta mirata e riservata a milioni di soggetti accomunati esclusivamente dal dato anagrafico.
Così si viene ad isolare un’affollata categoria cui appartengono persone in condizioni tra loro anche diversissime: cosa può accomunare un vigoroso e sano settantenne, dedito ancora allo sport, ai viaggi, alla vita sociale, al volontariato, ad un ottuagenario portatore di gravi patologie? Trattare nello stesso modo situazioni diverse è altrettanto odioso (e costituzionalmente illegittimo) che trattare in modo diverso situazioni uguali, inaugurando una stagione oscura e creando una categoria di “inservibili” ed “improduttivi” in stand by.
Ai cittadini uguali davanti alla legge, senza alcuna possibile discriminazione, si affiancano perciò quelli che retrocedono a tavolino in serie B, senza avere perso nessuna partita, diseguali ed inferiori, figli/nonni di un dio minore con diritti in via di evaporazione, il cui segno distintivo esterno – al posto di una stella – sarà la canizie o la calvizie o l’evidenza di una tintura. Non era questo che volevano i nostri costituenti né questo era minimamente prospettabile fino ad oggi, se non nella mente farneticante di superiorità razziali bocciate dall’intelletto e dalla storia.
Deve aggiungersi che il miope cinismo di Stato – che vuole una segregazione mirata, inedita apartheid – si rivelerà inevitabilmente un boomerang economico, per il sacrificio imposto ad una vasta platea piuttosto prodiga, finora coccolata dal consumismo e dalla pubblicità, per la capacità di spesa loro accordata dal welfare, che vedeva fino a ieri gli utrasettantenni (e le ultrasettantenni) pronti a spendere per viaggi, musei, immobili, seconde case, bar e ristoranti, e perché no, abbigliamento e cosmesi.
È evidente che va tutelato il sacrosanto diritto alla salute, come vuole la stessa costituzione all’art. 32. Ma un bilanciamento tra valori egualmente garantiti non può prescindere da opportune doverose, prudentissime cautele, prevedendo tempistiche e modalità significativamente differenziate, senza grossolanità ed ipocrisie, ferma una ragionevole prospettiva temporale.
*Difensore civico regionale
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