Il vescovo sospende il prete candidato

La Curia: «Dissenso assoluto». Don Andrea: anche da politico servirò il Vangelo
GORIZIA. Don Andrea Bellavite, il sacerdote candidato a sindaco di Gorizia con la sinistra radicale, da ieri non può più celebrare la messa né parlare dal pulpito. Il vescovo di Gorizia ha firmato la sospensione a divinis, la prima delle tre censure ecclesiastiche, che toglie ai preti l'ufficio sacro. Un provvedimento che durerà un anno ma che, se la scelta del don Camillo che prova a diventare Peppone resterà la politica, cancellerà per sempre quel “don” dalla vita di Andrea. Nel giorno in cui papa Benedetto presenta il suo libro “privato” su Gesù, a Gorizia la Curia prende le distanze dall'ex segretario di sua Eccellenza ed ex direttore del giornale diocesano. Monsignor Dino De Antoni non si presenta di persona, è ancora troppo - ripetono in Curia - il suo coinvolgimento. Affida al vicario Adelchi Cabass il compito di chiudere - sebbene temporaneamente - le porte della Chiesa a don Andrea. La Curia «dissente nel modo più assoluto dalla scelta di don Andrea Bellavite di candidarsi a sindaco di Gorizia e ne prende atto con vera sofferenza», spiega il vicario generale.


L'imbarazzo è tanto. Il Vaticano osserva a distanza e chiede ragguagli su quello che ormai è un caso nazionale. Rifondazione comunista, Pdci, Verdi, Italia dei valori e Forum dell'Unione stanno già scrivendo il programma con don Andrea. Un'accelerazione che l'Arcidiocesi non gradisce. «Dopo qualche settimana - dice ancora Cabass - in cui si sono alternate voci che prospettavano questa soluzione, ma anche la escludevano, si è arrivati purtroppo a questa scesa in campo di un sacerdote a cui, per vocazione e per mandato pastorale non compete tale compito, che spetta ai fedeli laici». I sacri tomi parlano chiaro, il latino in questo caso non lascia dubbi. Il canone 285 del diritto canonico vieta ai preti di fare politica, la costituzionale pastorale afferma la sola missione religiosa della Chiesa, il decreto Presbyterorum ordinis bolla i preti che sposano una ideologia o una fazione. Ma don Andrea resta sereno. Parla del suo vescovo come di «un padre - dice - che ha grande rispetto e un sentimento di paternità che mi hanno commosso». Spiega ai goriziani che fare politica e schierarsi per le comunali è «un altro modo di servire il Vangelo» e, dopo un incontro con un avvocato, assicura anche i legulei dello Stato laico che la sospensione a divinis - a norma di legge - è sufficiente a cancellare l'ineleggibilità prevista dal testo unico degli Enti locali. «Mi posso candidare e posso essere eletto - spiega -. All'interno del mio percorso di vita a un certo punto ho incrociato una domanda profonda, che era quella di come servire meglio il Vangelo e gli altri. Di fronte a tanta gente che si è messa insieme per offrire un progetto nuovo per Gorizia ho ritenuto che questo appello potesse essere preso in considerazione, anche mettendo inevitabilmente a repentaglio l'esercizio ecclesiastico, che non può essere compatibile con un impegno politico diretto». In città la gente lo ferma per strada. Gorizia però è spaccata.


Qualcuno gli dà una pacca sulla spalla e gli dice “Andrea, vai avanti”. Ma c'è anche chi scoppia a piangere e «mi dice che ho sbagliato, che un prete non può diventare un politico». Da Genova don Gianni Baget Bozzo gli augura di ripensarci. Secondo i suoi supporter per furbizia politica, secondo i suoi “avversari” per un richiamo di fede. Ma don Andrea, il prete degli ultimi, il parroco che non ha mai messo una tonaca, «tranne quando mi hanno proprio obbligato», il sacerdote che non può più dire messa ma che resta ancora un po' prete, visto che per il diritto canonico può impartire l'estrema unzione in caso di urgenza e necessità, prova «entusiasmo, ma anche una grande sofferenza per la crisi provocata nella Chiesa goriziana». Quella Chiesa che per un anno gli ha restituito la laicità e che forse, don Andrea, non riabbraccerà più. Almeno non da dietro un altare.

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto