Il Tar assolve due militari sospesi dal servizio per droga

Pordenone: finiti nei guai per le intercettazioni, ma non c’erano prove. E adesso i giudici hanno condannato lo Stato a risarcire

PORDENONE. La sospensione dal servizio è arrivata come fulmine a ciel sereno. Secondo le intercettazioni telefoniche, acquisite dalla Guardia di Finanza nel corso di un’indagine (era il 2012), due militari di stanza nella provincia di Pordenone erano assuntori di stupefacenti.

E’ bastato questo all’Esercito per sospenderli, ma non è bastato questo al Tar per confermare le accuse.

Il tribunale amministrativo, al quale entrambi si sono rivolti contro il provvedimento disciplinare, non solo ha accolto i ricorsi, ma ha anche condannato lo Stato (lo stesso che ha sospeso i militari) a pagare le spese legali.

Il primo militare, F.A. in servizio a Zoppola, era difeso dall’avvocato Sabrina Castellarin di San Vito al Tagliamento. Scrive il tribunale (Zuballi, Sinigoi Tagliasacchi): «Se da un lato un militare dell’esercito deve risultare nella sua condotta irreprensibile, anche perché per le funzioni svolte deve comunque sempre sussistere un particolare rapporto fiduciario tra i cittadini e i militari, d’altro lato proprio per tale motivo le sanzioni disciplinari devono essere sorrette da una congrua motivazione e un’adeguata istruttoria, anche per le evidenti ripercussioni che esse hanno sul prestigio e sulla carriera del cittadino in armi».

Se questa è la premessa, «venendo al caso in esame, risulta dalla documentazione in atti che la sanzione disciplinare non è stata preceduta da un’adeguata istruttoria che non lasciasse alcun dubbio sulle colpe del militare e non risulta nemmeno sorretta da un’adeguata motivazione. Infatti, la qualifica del ricorrente quale assuntore di sostanze stupefacenti risulta desunta unicamente da alcune intercettazioni telefoniche con terzi soggetti il cui contenuto non ha avuto nessun seguito in sede penale e non risulta nemmeno univoco nei suoi contenuti».

Questo è bastato sospendere il militare per tre mesi – in prima battuta erano sei, ma l’avvocato è riuscito a ridurlo a tre attraverso memorie difensive – e a creargli comunque un danno materiale (in termini di stipendio e danno di immagine).

Ma la sentenza dei giudici si spinge oltre: «Va osservato come le analisi tossicologiche cui è stato sottoposto il ricorrente abbiano tutte avuto esito negativo. Va poi aggiunto come non si sia tenuto conto dell’irreprensibile condotta del militare durante tutta l’intera carriera – sottolinea il Tar –, nonché dei servizi particolarmente rischiosi e gravosi svolti in zone di guerra».

Oltre ad essere stato decorato, il militare è stato anche in missione di guerra. Quanto ai test tossicologici «vengono eseguiti periodicamente – conferma l’avvocato Castellarin – e avevano dato tutti esito negativo. Per altro noi non avevamo accesso alle intercettazioni e al fascicolo penale, per cui a oggi non conosciamo nel merito le accuse rivolte al mio cliente. Per il risarcimento dei danni vedremo».

Identica la situazione dell’altro militare, A.C. le iniziali, difeso da un avvocato di Roma.

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