Il serial killer in coma profondo
Si sono aggravate le condizioni di Ramon Berloso: mercoledì aveva tentato di impiccarsi in cella
Ramon Berloso, il serial killer reo confesso dell’omicidio di due escort che, mercoledì notte, ha tentato di uccidersi, impiccandosi in carcere, è in coma profondo. Le sue condizioni si sono aggravate nella mattinata di ieri, quando i medici della Clinica di Anestesia e rianimazione hanno avviato le procedure di risveglio pilotato del paziente dal coma farmacologico, nel quale era stato tenuto fin dal suo arrivo in ospedale. Invece di riprendere coscienza, attraverso la graduale sospensione della somministrazione farmacologica, l’uomo ha manifestato i sintomi dell’ipossia, cioè di un ridotto apporto di ossigeno al cervello, evidenziando un quadro clinico già gravemente compromesso dal soffocamento che si era procurato in carcere. Dove, a pochi minuti dalla mezzanotte di mercoledì, approfittando del cambio della guardia degli agenti incaricati di piantonarlo nella cella d’isolamento nella quale è rinchiuso dal 20 luglio, aveva arrotolato e passato sul cardine della finestra un lenzuolo, vi aveva infilato la testa e si era lasciato cadere nel vuoto.
Pochi secondi appena e l’agente, accortosi del gesto, aveva aperto la cella e liberato il detenuto dal cappio. I sanitari del 118 giunti sul posto di lì a poco avevano fatto il resto, stabilizzando il paziente e trasportandolo poi in ospedale. Pochi secondi, dunque, ma evidentemente sufficienti a causare al 35enne goriziano lesioni così gravi, da metterne in seria discussione le possibilità di sopravvivenza.
Da qui, la decisione di sottopporlo a un’ulteriore Tac. Esame che, in effetti, nel pomeriggio di ieri ha evidenziato la presenza un edema cerebrale molto diffuso. Da qui, la decisione di mantenere la prognosi riservata, ma anche di procedere, in serata, con un elettroencefalogramma, l’esame che registra l’attività elettrica del cervello e attraverso il quale i medici contavano, quindi, di misurare la gravità delle alterazioni riportate dal paziente.
Esame che, invece, alla fine non è stato eseguito, rinviato forse di qualche ora. Privato ormai del supporto farmacologico, Berloso è piombato così in uno stato di coma profondo. «Vivo – ha riferito il procuratore aggiunto, Raffaele Tito –, ma in una situazione considerata drammatica». Situazione della quale la madre Gloria, con la quale da oltre un anno Ramon si era trasferito a vivere, nella casa di Aiello, è stata tenuta costantemente informata dai medici che, al “Santa Maria della Misericordia”, si stanno occupando di Berloso.
In stretto contatto anche il difensore dell’indagato, avvocato Roberto Mete, che fino all’altro giorno si era recato in carcere per incontrarlo. Ieri, intanto, la Procura ha fatto luce anche sull’ultima delle tre lettere scritte da Berloso prima di impiccarsi e trovate nella cella, in fondo al letto, in una busta contenente gli atti del processo.
Era quella scritta in portoghese e indirizzata all’amica brasiliana che, forse, avrebbe voluto raggiungere quando, braccato da polizia e carabinieri, aveva tentato la fuga verso Milano. «L’abbiamo tradotta – ha detto Tito – ma come le altre due (una rivolta alla figlia di 6 anni, l’altra alla madre, ndr) – non conteneva messaggi tali, da far sospettare propositi suicidi».
Da Gaggio di Marcon, il paese in cui era nata Ilenia Vecchiato, la prima delle due vittime, ieri, intanto, i genitori della ragazza hanno rotto il muro di silenzio dietro il quale si erano trincerati dal giorno della scoperta del corpo della figlia. E lo hanno fatto proprio, dopo la notizia del tentato suicidio del killer della loro Ilenia.
«Non c’è perdono – hanno detto –, nostra figlia è stata brutalmente uccisa. Se sopravviverà, quell’uomo deve finire dietro le sbarre per tutta la vita».
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