Il disastro nella zona industriale, ma dopo due mesi il lavoro riprese

OSOPPO. Ricorda bene le ore angosciate trascorse al volante. Il piede schiacciato fino in fondo sull’acceleratore e una mano distolta dal volante per saltare da una stazione radio all’altra in cerca delle ultime notizie.
L’entità del disastro che alle 21 si era abbattuto sul Friuli, il cavaliere Andrea Pittini, il 6 maggio 1976 la scoprì volando in autostrada, verso Gemona, di ritorno da Milano. Riabbracciò la famiglia, poi corse in fabbrica.
La trovò rasa al solo. Tutta, se non per una piccola palazzina che ospitava il suo ufficio. Un segno? Forse. Poco importa a Pittini di cosa si tratti.
Non solo le Ferriere nord, ma tutta la zona industriale di Osoppo si presentava distrutta agli occhi degli imprenditori e degli operai che oltre alle case avevano perso pure il lavoro. Il 70 per cento delle industrie era gravemente lesionato o distrutto.
In quel momento, vedendo i suoi operai al megafono intenti a pronunciare, sul filo della disperazione, i nomi dei colleghi ancora dispersi, il cavaliere si ritrovò ragazzo. Quello stesso giovane che mezzo secolo prima aveva saputo leggere nelle macerie ferrose della guerra la sua occasione.
All’alba del 7 maggio fece lo stesso. Si arrotolò le maniche della camicia. Salì nell’edificio rimasto in piedi e si rimise al lavoro. Dal sisma erano passate 24 ore, ma Pittini sapeva bene che ai suoi uomini doveva dare un segno di speranza e fiducia.
«Quella notte - ricorda - morirono in fabbrica 7 persone, 37 rimasero ferite. Non voglio nemmeno pensare cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stata una scossetta poco prima, forte abbastanza da spingere molti lavoratori a uscire dalla fabbrica. Non fosse andata così, il numero delle vittime sarebbe stato molto più alto».
Il 6 maggio alle 21, Pittini era di ritorno da Milano.
«Guidavo e alla radio sentivo lievitare il numero delle vittime. Ricordo d’esser passato da casa per vedere che mia moglie e mio figlio stessero bene, poi di aver girato la macchina verso la fabbrica. Feci fatica ad arrivare. Le strade erano interrotte. Crepate. Piene di macerie. Quando arrivai era ancora buio, ma ricordo le voci dei miei capi reparto chiamare uno dopo l’altro i nomi dei dispersi. Ricordo le donne piangenti in attesa di notizie dei propri mariti. Un dramma».
La fabbrica? «Rasa al suolo. Non era rimasto in piedi nulla, se non il mio ufficio». Pittini salì senza esitazione. «Come me pochi altri. Avevano paura. Ma io sapevo che dovevo stare lì. Con loro. Per infondergli coraggio e spingerli alla ripartenza».
Nel cuore del cratere sismico, lì dove l’Orcolat fece il maggior numero di vittime seminando ovunque distruzione, Pittini lanciò così la sua sfida: riaprire nel minor tempo possibile la fabbrica che nel 1976 dava lavoro a oltre mille persone.
Una sfida che raccolsero anche le aziende vicine. Su tutte quella del cugino Marco Fantoni, il cui sito produttivo era a sua volta distrutto.
«Era necessario farlo e l’abbiamo fatto», dice senza fronzoli Pittini.
Ma come? «Racimolando gli attrezzi dalle macerie - ricorda - , chiedendo in prestito le gru e accogliendo a braccia aperte gli austriaci che arrivarono da noi con un furgone carico di pale e picconi. Sono stati momenti epici. Vissuti sulla nostra pelle senza l’aiuto di nessuno. Non certo della politica, qui non abbiamo mai visto nessuno - continua a raccontare, cornetta alla mano, seduto come ogni mattina nel suo ufficio nonostante gli 85 anni recentemente compiuti -, ma l’economia veniva per ultima, prima c’erano le persone da mettere sotto un tetto».
Con l’esodo nelle località balneari, poi con le baracche. Pittini anche qui fece da sé. «A quell’epoca avevamo una nostra “ambulanza”, in seno alla fabbrica, corriere con cui andavamo a prendere e portare i lavoratori che erano stati spostati e ancora furgoni e tende, impiantate davanti alla fabbrica, utilizzati come ricoveri d’emergenza».
Nella voce dell’imprenditore si legge un guizzo di divertito orgoglio. «I friulani sono davvero gente ingegnosa. In due mesi abbiamo rimesso in piedi i reparti a freddo, di più ci è voluto per il laminatoio e l’acciaieria, ma ce l’abbiamo fatta».
Parla sempre al plurale il cavaliere. Non serve nemmeno chiedergli quanto tenga alle sue maestranze. Lo dice lui stesso, precisando che «non sono operai, ma tecnici altamente specializzati».
Lo afferma ricordando uno di loro la mattina dopo il terremoto. «Aveva perso il figlio ma era lì con noi. Ricordo ancora cosa mi disse: «Cavaliere, se resto a casa divento matto».
Altre parole non servono per dire quanto forte sia il legame con i suoi uomini, ma il cavaliere qualcuna la vuole aggiungere. «Si sono sempre detti orgogliosi di lavorare per la Pittini, ma quello orgoglioso di loro sono io».
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