Il delitto di Gemona e il giallo dei lingotti d'oro, la difesa di Lorena Venier: “Erano destinati alla nipotina”

Gli avvocati della donna accusata dell'omicidio del figlio Alessandro chiariscono la vicenda dei quattro lingotti d'oro da 40 mila euro recuperati in un videoregistratore. "Ha agito in buona fede", sostengono, mentre chiedono nuovi approfondimenti sui movimenti di denaro verso la Colombia

Alessandro Cesare

Non ci stanno a far passare Lorena Venier per la macchinatrice del mistero dei lingotti d’oro, nascosti in un videoregistratore, fatti prelevare da un nipote e portati lontano dalla villetta di via dei Lotti a Gemona.

Per questo i suoi legali, Alice e Paolo Bevilacqua, hanno voluto chiarire la posizione della loro assistita: «Ha agito in buona fede», hanno assicurato, «non c'è alcun mistero attorno a questo oro, se non rispetto alla sua provenienza, ma questo, certamente, non attiene all’indagine sull’omicidio di Alessandro».

Il trentacinquenne ucciso e fatto a pezzi il 25 luglio 2025 dalla madre Lorena e dalla compagna Mailyn Castro Monsalvo, era riuscito ad accumulare una piccola fortuna in oro, costituita da questi quattro lingotti del valore di circa 40mila euro.

Li avrebbe voluti usare per cambiare vita e trasferirsi in Colombia, e in particolar modo per concludere l’acquisto di un terreno nel Paese sudamericano. Nell’attesa li aveva nascosti dentro la base del videoregistratore. Lo sapevano sia Mailyn sia Lorena. Quest’ultima, a novembre, dal carcere di Trieste, aveva chiesto al nipote di recuperarli: «Prendi l’oro dal videoregistratore e custodiscilo per tempi futuri».

Un’operazione andata a buon fine grazie al via libera della Procura, all’oscuro del fatto che nell’apparecchiatura elettronica fossero celati i quattro lingotti. Qualche mese dopo è stata Mailyn a raccontare dell’oro e a quel punto la Procura l’ha recuperato e sequestrato dopo aver disposto una perquisizione nella casa del nipote della sessantaduenne.

«Lorena aveva il desiderio, come ha ribadito in sede di dichiarazioni spontanee rese in udienza preliminare», hanno aggiunto i Bevilacqua, «che quei lingotti andassero alla nipotina, la figlia di Alessandro e Mailyn.

Ricordiamo che i lingotti recuperati all’esito della perquisizione si trovavano all’interno del videoregistratore esattamente dove erano stati nascosti da Alessandro, anche se “custoditi” come da desiderio di Lorena, dal nipote. Mai toccati od occultati, da qui la sua buona fede, come sempre da parte della signora Venier».

Restando in tema di misteri, i due avvocati hanno chiuso il loro intervento fornendo un suggerimento su una questione non ancora scandagliata dagli investigatori ma accennata nelle carte dell’inchiesta: «Si evincono per tabulas nel compendio probatorio dell’accusa vari spostamenti di denaro operati da Castro e da Alessandro verso la Colombia: anche quelli, a nostro avviso», hanno auspicato i due legali, «dovrebbero essere oggetto di accertamento e approfondimento investigativo. Ma cerchiamo, per quel che ci riguarda, di occuparci di temi strettamente collegati all’azione omicidiaria e alle ragioni per cui si è arrivati a un gesto così atroce».

Questioni che saranno affrontate davanti alla Corte d’assise del tribunale di Udine a partire dal 20 luglio, quando prenderà il via il processo a carico di Lorena e Mailyn per omicidio volontario pluriaggravato, vilipendio e occultamento di cadavere.

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